It Must Be Heaven: recensione della stralunata commedia di Elia Suleiman in concorso a Cannes 2019

24 maggio 2019
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Una commedia piena di ironia e tagliente satira su questi anni in cui la Palestina è diventata il mondo.

It Must Be Heaven: recensione della stralunata commedia di Elia Suleiman in concorso a Cannes 2019

“Nei miei precedenti film, la Palestina poteva essere apparentata a un microcosmo del mondo, nel mio nuovo film, It Must Be Heaven, tento di presentare il mondo come un microcosmo della Palestina”.

Utilizziamo le parole di Elia Suleiman per sintetizzare la novità del suo nuovo lavoro, in cui lui stesso, come al solito protagonista praticamente silente, fra Buster Keaton e Jacques Tati, si trova alle prese con piccole grandi complessità della sua vita a Nazareth. Sempre cariche di metafore, come un vicino che invade il suo giardino per disporre a piacimento degli alberi di limoni, potandoli, raccogliendoli, e rassicurandolo che così cresceranno più grandi e forti; come dire, facile leggere il rapporto di complesso vicinato fra Israele e Palestina.

Il suo stile non cambia, accumulando delle situazioni visivamente costruite con molta cura, in cui l’ironia prevale dopo un iniziale spaesamento dello spettatore. Sono situazioni ordinarie della vita quotidiana, in cui la quiete è interrotta da una tensione latente, che dopo essere rimasta sullo sfondo prende il centro dell’azione. Esempio esilarante è una sequenza iniziale in cui il rito di una processione religiosa greco ortodossa (la religione di Suleiman) si conclude in maniera spiazzante.

Questa volta, però, Elia Suleiman decide di abbandonare il suo paese, in cerca di una nuova terra che l’accolga, come essere umano e come regista. Sembra, però, che la sua Palestina lo segua come un’ombra, con tanto di violenza latente e cattive abitudini di convivenza. La commedia dell’assurdo di Suleiman viaggia a pieno regime quando arriva a Parigi (fa male al cuore vedere intatta l'arcata di Notre Dame), alle prese con una città spettralmente vuota per la parata militare del 14 luglio. Un produttore entusiasta della causa della sua terra giustifica il fatto che non farà il suo film dicendo che “non è abbastanza palestinese, potrebbe accadere in ogni parte del mondo”. È proprio così, It Must Be Heaven è il richiamo pieno di ironia a un paradiso che è diventato quantomeno un purgatorio, a un mondo che vive in una situazione geopolitica quotidiana che sembra proprio quella della Palestina. Non cambia molto a New York, dove il tassista non ha mai visto un vero palestinese, ma la vita quotidiana non prevede meno armi da fuoco, anzi, per non parlare dell’alienazione dovuta alle immagini pubblicitarie che promettono un paradiso sempre lontano e inafferrabile.

I checkpoint sono diffusi ormai ovunque, in aeroporto come all’ingresso di un centro commerciale, i militari in divisa si vedono passare per strada e le sirene e gli allarmi sono presenze così comuni che non ci facciamo proprio caso. Palestina, mondo, insomma. Allora come e dove può trovarsi a casa sua il povero spaesato Elia regista in cerca di asilo?

It Must Be Heaven è cinema puro, sequela di visioni poetiche piene di originalità che spiazzano, divertono e scatenano una risata che presto in gola si contorce in amara visione, non poi così astratta, della realtà che viviamo in questi anni. Suleiman riesce a applicare con la solita efficacia il suo stile anche abbandonando casa, o meglio è casa che ormai è indistinguibile da quanto accade nelle città di tutto l’occidente.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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