Il nastro bianco - recensione del film di Michael Haneke

27 ottobre 2009
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Algido, magniloquente, compiaciuto: Il nastro bianco è la personale ricognizione di Michael Haneke su tutto quanto agli inizi del Novecento in Germania era già presente e sedimentato per permettere che la storia del paese prendesse la triste strada che la Storia ci ha insegnato.

Il nastro bianco - recensione del film di Michael Haneke

Il nastro bianco - la recensione

Un piccolo villaggio del nord della Germania. I bambini e i ragazzi che frequentano assieme l’unica classe della scuola del paese: è attraverso di loro, e la voce off del loro maestro che ricorda quei giorni, che Haneke traccia un ritratto algido e geometrico di quel mondo e di quella società, escludendo ogni concessione alla “spettacolarizzazione”, colore e musiche in testa. È quindi inizialmente attraverso gli occhi dei bambini e dei ragazzi che andiamo a conoscere le poche famiglie che compongono la popolazione del villaggio e le loro dinamiche interne ed esterne: la famiglia del pastore, quella del Barone locale, quella di alcuni contadini e via dicendo.

E come lo stile di Haneke è freddo e asettico, così lo sono i rapporti personali tra ragazzi e adulti o tra coetanei. Lentamente, inesorabilmente, estenuantemente, attraverso un continuo succedersi di quadri a camera fissa, fatti di dialoghi ed eventi “rivelatori”, il regista mostra come in quel mondo non ci fosse quasi nulla che fosse riconducibile al calore umano. Come concetti come disciplina, purezza ed educazione fossero divenuti talmente ossessivi e ossessionanti da travalicare ogni limite logico nella loro applicazione, e come l’estrema severità di comportamenti e atteggiamenti nasconda derive perverse e patologiche che trovano applicazione nelle violenze domestiche (fisiche o mentali) e soprattutto nel sopruso nei confronti dei più deboli: donne, bambini, handicappati.

Ma la forma scelta dall'austriaco per questa sua impietosa ricognizione, seppur ammirevole dal punto di vista fotografico, con un bianco e nero raggelante e quasi privo di ombre, dilatata all’inverosimile allo scopo di essere progressivamente e sottilmente disturbante nel profondo, trova dei grandi limiti proprio in quelli che dovrebbero essere i suoi pregi. Uniti a questo andamento ieratico, il distacco apparente e l’intellettualizzazione che sono marchi di fabbrica del regista austriaco diventano in questo caso più che in altri barriere che ostacolano l’adesione emotiva dello spettatore con quanto accade sullo schermo.

La sottile ma spietata crudeltà di Haneke, quindi, si fa meno incisiva che altrove: e allora della banalità del male raccontata in Il nastro bianco, di quel male che era allora e che si trasformerà nell’orrore puro della follia nazista, non riescono ad emergere davvero gli elementi più inquietanti ed emotivi, rimasti imbrigliati nella rete fatta di freddezza voluta dal regista.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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