Il mondo dietro di te: la recensione del thriller catastrofico in streaming su Netflix

11 dicembre 2023
3 di 5

Sam Esmail, la mente dietro la serie Mr. Robot, dirige Julia Roberts, Ethan Hawke, Mahershala Ali e Kevin Bacon in un film ambizioso e politico che racconta di un gruppo di personaggi di fronte a una misteriosa forma di apocalisse. La recensione di Federico Gironi.

Il mondo dietro di te: la recensione del thriller catastrofico in streaming su Netflix

A un certo punto di Il mondo dietro di te, quando ancora tutto è relativamente tranquillo, il personaggio interpretato da Ethan Hawke - che si chiama Clay, è un professore di “english and media” in qualche college di New York, e è il personaggio apparentemente più fagiano di tutti quelli che appaiono nel film, ma proprio per questo è l’unico in qualche modo sano - dice una cosa interessante. Dice alla moglie Julia Roberts che una sua ex studentessa sta per pubblicare un secondo libro per il quale gli ha chiesto di scrivere la prefazione, e che questo secondo libro della brillante studiosa è una riflessione su come i media riescano a combinare due aspetti antitetici: l’evasione dalla realtà e la riflessione della stessa.
Mi pare una frase, nel contesto di quello che è questo film e quello che vuole raccontare, assai più significativa di quella del personaggio di Mahershala Ali, che a un certo punto, in un dialogo un po’ pomposo, sempre con Julia Roberts, dice qualcosa sul fatto che la gente preferisca agire secondo i propri preconcetti e convinzioni pregresse ignorando invece la verità incontrovertibile dei fatti. Che pure è una frase che, nel disegno politico del film, ha la sua importanza.

Scritto e diretto dal Sam Esmail di Mr. Robot, del quale riprende alcune ossessioni e paranoie, Il mondo dietro di te sembra in qualche modo una versione in minore (meno elegante, meno filosofico, meno coraggioso, e quindi più diretto, semplice e esplicito) del Bussano alla porta di Shyamalan: sarà per l’incontro quasi scontro tra due famiglie (quella di Roberts e Hawke, con figli, e quella composta da Ali e figlia), per la location più o meno isolata, e per il fatto che una serie di strani e catastrofici eventi hanno luogo senza particolari spiegazioni.
Fatto sta che quel che Esmail prova a fare è esattamente quello di cui parla Hawke nel dialogo citato: ovvero realizzare un film che sia al tempo stesso un prodotto di evasione (ricco - fin troppo - di misteri e stranezze vagamente perturbanti che guardano un po’ a Lanthimos e Lynch, un po’ allo stesso Shyamalan e a Lost) e, anche, una storia capace di riflettere il presente (il presente, non sul presente, come invece avveniva in Bussano alla porta) portando con sé un chiaro messaggio politico.

La storia dovrebbe essere oramai nota: Julia Roberts è una pubblicitaria con una forte antipatia per il genere umano che porta marito e figli in una bella casa di Long Island prenotata al volo su AirBnB per evadere dalla città qualche giorno. La vacanza comincia nel segno della stranezza quando un’enorme petroliera si va a arenare sulla spiaggia dove la famiglia stava prendendo serenamente il sole, ma le cose si complicano quando, la prima notte di soggiorno, lì bussano alla porta Ali e sua figlia, che si presentano come i padroni di casa, bisognosi di ospitalità dopo che un misterioso black out li ha spinti a lasciare New York per rifugiarsi altrove.
L’ambiguità che ammanta questi due personaggi, accolti in maniera decisamente spigolosa dalla diffidente e prevenuta Roberts, dura poco, anche se in qualche modo ci vorrà del tempo per cancellarla definitivamente, e la questione centrale diventa: cosa sta succedendo davvero? Perché tv e internet non funzionano, suoni atroci e misteriosi squarciano il silenzio, aerei iniziano a precipitare e misteriosi volantini vengono sparsi da droni lungo le strade dove le Tesla, senza guidatori, si vanno a schiantare l’una contro l’altra?

Le premesse sono intriganti, interessanti. Il cast garantisce solidità interpretativa (e c’è anche Kevin Bacon in versione quasi-redneck survivalista, che ha la battuta più bella di tutto il film: “Fuck yeah, I am”, grugnisce, quando un disperato Hawke gli dice di essere “useless”, ma che lui è un “very prepared man”).
Ci sono alcune buone, ottime intuizioni, come quella della figlia minore di Roberts e Hawke che, dall’inizio del film e nonostante tutto quello che le accade attorno, è ossessionata solo e soltanto dal fatto di non poter vedere, con internet assente, l’ultima puntata della decima e finale stagione di Friends, da cui è ossessionata perché è l’unica cosa che la rende felice, e vuole vedere che almeno per quei personaggi le cose vadano a finire bene.
Poi certo, Esmail strafà.
Dal punto di vista formale, certo, con angoli di ripresa assurdi, movimenti di macchina esagerati, uso delle musiche e degli animali, sopravvalutando la sua capacità di essere “autore”. Ma anche così come da quello dei contenuti, continuando senza tregua a gettare benzina sul fuoco del mistero ottenendo il risultato, alla resa dei conti, di dare la sensazione di partorire un topolino, a fronte della montagna di premesse, allusioni, interrogativi.

Qual è allora, questo topolino?
Qual è la spiegazione, fin troppo semplice, di tutto quanto premesso con Il mondo dietro di te?

È quella che, appunto, riflette il presente dentro un prodotto di evasione. Dentro un film di genere.
Una riflessione che mostra un’America dilaniata, fatta di persone divorate da scetticismo e pessimismo riguardo le persone e i loro comportamenti, tensioni razziali latenti ma presentissime, di ricchissimi broker che sono in contatto coi veri potenti e che rivelano (come Le Carré del doc a lui dedicato da Errol Morris) non esista una cricca di pochi che governa il mondo e che a tirare i fili non c’è nessuno, di una working class che si prepara da tempo a qualsiasi catastrofe, di un progressismo ipocrita, di ansie paranoidi per i tanti nemici che il paese si è fatto nel mondo, di dipendenze dalla tecnologia e incapacità di leggere il presente.
Una spiegazione che sta tutta in un semplice e basilare piano per scatenare una guerra civile che, in qualche modo, con la prima presidenza Trump è già iniziata, e che potrebbe esplodere con una seconda.
Non a caso, a produrre ci sono i coniugi Obama, Barack e Michelle.

Tutto molto semplice, molto dichiarato, molto ovvio. Certamente.
Eppure, il meccanismo funziona proprio per questo. Evasione e riflessione, in un movimento unico e dichiaratamente politico. Dichiarato proprio fin dai nomi coinvolti. Fin dalla sua natura di prodotto di consumo, alla stregua del citatissimo Friends, che nel finale - volutamente ambiguo - si manifesta come fuga dall’orrore ma anche, forse, possibilità di salvezza, di nuovo inizio.
Fin dalla sua capacità di cogliere e raccontare, inconsciamente, junghianamente, le fratture e i traumi del presente, compresi quelli che riguardano la morte di Matthew Perry e quella di Henry Kissinger, e in maniera più definita la fine di un’epoca, le paure per il futuro, i fantasmi della fine di quella che si è da sempre, illusoriamente, definita la più grande democrazia del mondo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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