La recensione del film di fantascienza Il mondo dei replicanti

07 gennaio 2010
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Cosa succederebbe se il mondo fosse popolato di androidi perfetti che sostituiscono gli umani, ormai rinchiusi nelle loro case? Ce lo racconta questo thriller fantascientifico che vede protagonista il sempre efficace Bruce Willis.

La recensione del film di fantascienza Il mondo dei replicanti

Il mondo dei replicanti - la recensione

Sospeso tra il prodotto d’intrattenimento e l’utopia negativa, il film di Mostow rimane incerto sulla strada da seguire, e perde ben presto la possibilità di interessare lo spettatore. Un film non del tutto sbagliato, ma incapace di rimanere impresso. Le premesse per realizzare un buon lungometraggio di fantascienza erano evidenti: prima di tutto lo spunto di partenza, il discreto graphic novel di Robert Venditti e Brett Weldele; in secondo luogo un regista non certo geniale ma decisamente solido come Jonathan Mostow, in passato capace di costruire prodotti d’intrattenimento degni d’interesse: chi non si è divertito vedendo Breakdown o U-571? Last but not least, la star ritrovata Bruce Willis, attore che quando si è cimentato con questo genere ci ha regalato alcune perle, vedete a riguardo L'esercito delle 12 scimmie o Il quinto elemento.

Dati questi elementi, il risultato finale ottenuto con Il mondo dei replicanti rimane francamente deludente, forse non completamente scentrato ma senza dubbio troppo ondivago per convincere del tutto: in alcuni momenti infatti il lungometraggio di Mostow sembra scavare nella profondità emotiva e psicologica dei personaggi, sfruttando in particolar modo la bravura di Willis nel dare corpo drammatico al suo ruolo. In altre scene poi il sotteso discorso di critica al consumismo impazzito ed alla dipendenza tecnologica della società contemporanea fanno capolino in maniera convincente. Poi però la sceneggiatura, scritta dagli specialisti del genere Michael Ferris e John Brancato – avevano collaborato col regista già in Terminator 3 - Le macchine ribelli - alterna questi momenti più valevoli con lo sviluppo della trama principale, basata su un meccanismo di detection abbastanza velleitario.

Ciò che ne viene fuori è un lungometraggio che non ha una sua fisionomia ben precisa: non è un blockbuster dalla spettacolarità garantita (ormai un budget di “solo” 80 milioni di dollari non basta più…) ma non è neppure un film di utopia negativa pessimista e cupo. Surrogates – questo il titolo originale, decisamente più efficace di quello italiano – si presenta quindi come un lungometraggio di difficile collocazione, una sorta di “prodotto medio” che appare confezionato con la necessaria professionalità ma tutto sommato senza entusiasmo, senza nessuno spunto che possa contraddistinguerlo rispetto a tante operazioni di tal genere viste in precedenza.

Come già detto, l’unico a continuare ad impegnarsi a dare vita e spessore ai suoi personaggi rimane un Bruce Willis anche stavolta meritevole di lode, soprattutto quando sceglie di andare in giro in doppiopetto e parrucchino biondo per aumentare il senso di straniamento che il suo “surrogato” artificiale deve al pubblico. L’attore però non è supportato né dalla regia monocorde di Mostow né tanto meno da un cast di comprimari piuttosto inespressivi, tra cui segnaliamo Radha Mitchell, Ving Rhames, Rosamund Pike, e James Cromwell, di solito efficace ma anche lui stavolta sotto i suoi standard.

In un cinema commerciale hollywoodiano che va sempre più verso l’utilizzo smodato di effetti speciali e spettacolarità troppo spesso gratuita, questo strano esempio di cinema più contenuto ed artigianale avrebbe meritato di poggiare le basi sopra una trama più centrata, su cui realizzare un’idea di messa in scena maggiormente coerente. Il mondo dei replicanti è invece un film confuso, alterno nel ritmo, incapace di raccontare una storia in maniera coerente.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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