Il mio vicino Totoro, la recensione del film di Hayao Miyazaki

17 settembre 2009

Due bambine, la suggestiva campagna giapponese, uno spirito soffice e simpatico, il tutto raccontato dal grande Hayao Miyazaki. Un regalo che lo spettatore sensibile non può non accettare.

Il mio vicino Totoro, la recensione del film di Hayao Miyazaki

Il mio vicino Totoro, la recensione del film di Hayao Miyazaki

Un simpatico papà si trasferisce in campagna con le due piccole figlie Mei (rielaborazione di “may”, “maggio” in inglese) e Satsuki (“maggio” in giapponese). Mentre attendono il ritorno della mamma dall'ospedale, le due stringono un rapporto di amicizia con un gigantesco e quasi muto spirito di nome Totoro, che veglierà su di loro.
Il mio vicino Totoro non è solo l'opera di un maestro dell'immagine e di un genio della visione fiabesca. Non possono essere più sufficienti queste consuete categorie di giudizio, figlie spesso di occhiate più reverenziali che attente, a contenere le lacrime, il battito cardiaco accelerato, l'ansia e la meraviglia generate da Il mio vicino Totoro. Perché nel quarto film scritto e diretto da Hayao Miyazaki, che grazie a Lucky Red arriva in sala ben ventuno anni dopo, non è la visionarietà a far deflagrare il coinvolgimento emotivo, ma la missione etica e generosa che il regista si è posto in tutta la sua carriera e che qui trova la sua forma più pura, lineare, ordinata e dolce. Lo spirito Totoro, non a caso presenza immanente nella poetica dello Studio Ghibli in qualità di logo, è l'incarnazione di una contagiosa scoperta di cui Hayao ci fa partecipi: la contemplazione della pausa. La pausa inaspettata che ci sorprende quando il papà non è tra i passeggeri di un bus appena arrivato e ci tocca aspettare speranzosi il prossimo. La dilatazione del tempo nel gioco senza logica apparente di un bambino. I minuti interminabili che precedono una probabile cattiva notizia. L'ebbrezza del vuoto suggerita dal rumore bianco della pioggia o del vento. Qui la visionarietà entra in gioco solo nell'esposizione. Nel profondo ciò che conta è uno sguardo umano e trasparente, in particolar modo verso l'infanzia (raramente raccontata in modo così vero), ma soprattutto verso la massima concretezza sensoriale. Non è importante che lo spirito Totoro sia reale: si manifesta quando l'essere umano è travolto da queste verissime rivelazioni, dall'entusiasmante difficoltà di abbandonarsi all'intangibile senso delle cose. Non è necessario “sentirsi bambini dentro” per immedesimarsi. In molti vorremmo vedere un Totoro in momenti simili a quelli citati, anche solo per avere una conferma di aver davvero colto quelle domande che la natura o la nostra stessa condizione umana sembra porci, per quei momenti spesso crudelmente brevi.
Un film che riesce ad esprimere tutto questo con la leggerezza di una piuma che una recensione può solo cercare di sollevare, va oltre il solito “capolavoro”.
E' proprio un Totoro.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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