Il male non esiste: la recensione del dramma di Ryusuke Hamaguchi

04 settembre 2023
3.5 di 5

Dopo lo straordinario successo di Drive my car che lo ha portato fino alla vittoria agli Oscar, il giapponese Ryusuke Hamaguchi torna con questo film, vincitore del Leone d'argento - Gran premio della giuria al Festival di Venezia 2023. La recensione di Mauro Donzelli.

Il male non esiste: la recensione del dramma di Ryusuke Hamaguchi

La natura e la sua purezza immutabile, contrapposte alla frenesia rigeneratrice urbana. È questa tensione costante a creare il filo rosso emotivo, alternativamente evidente e inquietante, del ritorno del giapponese Ryusuke Hamaguchi dopo lo straordinario successo di Drive my car. Evil Does Not Exist, un titolo che rimanda a concetti assoluti come quello di bene e male, è nato come un corto da accompagnare con un’orchestra dal vivo e diventato una storia a tutto tondo. Un film di quasi due ore in cui una musica serve a scandire, insieme a immagini della natura boscosa di una zona rurale poco lontano da Tokyo, i capitoli della storia.

Takumi e la figlia Hana vivono in un viaggio, Mizubiki, come generazioni della loro famiglia prima di loro. È una vita scandita dai rimi della natura, nonostante la megalopoli giapponese faccia sentire la sua presenza/assenza. Una vita semplice in cui la saggezza dell’esperienza ha perfezionato la conoscenza quasi albero per albero dell’ambiente attorno al loro chalet. Come da manuale, questo idillio minaccia di essere sconvolto dal progetto di un glamping - camping di lusso di moda in questi anni - dalle parti della casa di Takumi. L’occasione per gitanti provenienti dalla capitale per un’esperienza di immersione nella natura, sbrigativa e senza troppi sforzi. Il “solito” concetto di fuga nella natura, ma senza aver consultato la natura al riguardo. Almeno così la mette Hamaguchi, che costruisce con maestria un incontro fra due inviati della società che pianifica l’investimento e alcuni abitanti, fra cui ovviamente il “nostro” Takumi. 

Un esercizio di pragmatismo con cui in qualche minuto viene banalizzato, e in qualche caso messo in ridicolo, tutto l’impianto “ideale” del nuovo insediamento. Tanto tirato via sembra lo studio fatto per poter vantare un impatto zero sulla zona, quanto attento è il controcampo dei locali che dimostrano come le risorse idriche verrebbero messe a rischio se il progetto venisse portato a termineEmerge insomma la voragine che differenzia due stili di vita, ma anche due declinazione del Giappone stesso. Del resto il regista non è nuovo all’interazione fra città e ruralità, come dimostra la fuga  del protagonista di Drive my car.

Evil Does Not Exist si sviluppa con uno stile piano, alterna una musica insistita e il contraltare del silenzio assoluto della natura, rotto solo da codificati rumori provocati dagli stessi gesti, dinamiche e abitanti da decenni, se non secoli. A volte lascia spazio a momenti di alleggerimento ironici, mentre un equilibrio fra i due mondi sembra possibile, grazie all’avvicinamento dei due forestieri, conquistati dalla “vita fra i boschi”. Ma ecco il caso, quel destino che ricorda ai distratti come il famoso battito di ali di una farfalla possa sconvolgere a distanza di migliaia di chilometri, figurati a così breve distanza. Orgogliosamente anti modernista, il film ci mette improvvisamente di fronte ai rischi collaterali della rottura di quel micro universo, come anche la vita, oltre allo sviluppo ecologico, possono venire sconvolti dall'innesco di un meccanismo a catena, anche senza volerlo. Al di là del bene o del male.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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