Il legionario: recensione dell'opera prima di Hleb Papou

22 febbraio 2022
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Un esordio premiato a Locarno, Il legionario di Hleb Papou racconta due fratelli nuovi italiani alle prese con scelte molto diverse, fra uno stabile di case occupate e una carriera come poliziotto. La recensione di Mauro Donzelli.

Il legionario: recensione dell'opera prima di Hleb Papou

“Lui almeno non fa finta di non avere una famiglia”. È una madre che parla a un figlio, riferendosi al fratello. Sono due italiani di nascita, di seconda generazione, provenienti da una famiglia originaria del Camerun. Hanno preso strade molto diverse, posti davanti a un bivio consueto per ragazzi sospesi fra una cultura di provenienza - solo familiare - e quella in cui sono nati e cresciuti. Daniel (Germano Gentile) è diventato un poliziotto. Non solo, un celerino dei reparti mobili alle prese con trasferte di tifosi violenti e manifestazioni. Patrick (Maurizio Bousso) è impegnato nel sociale, in prima linea per il diritto alla casa con gli altri occupanti di un palazzo nel quartiere San Giovanni di Roma.

Un appartamento lo occupa anche la madre, mentre al fratello è chiesto di sgomberarli. Daniel pratica l’arte antica della dissimulazione, in versione contemporanea. Per essere accettato sembra voltare le spalle alle radici e alla famiglia, cercandosene una nuova in un contesto cameratesco permeato da idee di estrema destra.

Il legionario è l’opera prima di Hleb Papou, giovane regista uscito dal Centro Sperimentale di Cinematografia, stabilitosi da bambino a Lecco dopo essere nato a Minsk, in Bielorussia. Nato come cortometraggio, il film affronta con rigore e credibilità tematiche troppo spesso ignorato o banalizzate dal nostro cinema come l’autodeterminazione delle seconde generazioni, ma anche il fenomeno delle case occupate. L’Italia è cambiata radicalmente negli ultimi anni, pandemia a parte, e con lentezza, finalmente, anche i nostri narratori iniziano a prenderne atto, a raccontarla in maniera più credibile. Come ci appare tutti i giorni, non solo nelle piste di atletica o sul palco di Sanremo. 

Ma il Legionario non è un film in cerca di messaggi, evita etichette e propone personaggi nel pieno delle loro contraddizioni, non pedine monolitiche di una storia edificante. La camera di Papou evita diversioni e distrazioni, si piazza dritta su di loro, sul mondo di Daniel e Patrick e di chi li circonda. Una battaglia quotidiana la loro, fra una vita in cerca di normalità e il ritrovarsi su due fronti contrapposti, guidati da una Legge che si ostina a ignorare l’umanità di chi ne subisce l’interpretazione. Una complessità evidente, che porta all’inevitabile assedio finale al castello autogestito del palazzo occupato, un rifugio che nasconde tanti sogni e la speranza di poter restare arroccati nella torre, in alto, vedendo intorno la bellezza di una città indifferente, come sua tradizione, alla sorte e ai vizi e alle virtù di chi la abita da secoli.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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