Il labirinto del silenzio: recensione del film sul processo di Auschwitz

14 gennaio 2016
3.5 di 5
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L'opera prima di Giulio Ricciarelli è un film necessario che aiuta a non dimenticare un grande rimosso.

Il labirinto del silenzio: recensione del film sul processo di Auschwitz

Nella Germania hitleriana, il procuratore baby-face Johann Radmann sarebbe stato molto probabilmente un bravo ragazzo ariano, il candidato ideale - perché alto, biondo e dal portamento eretto - per diventare un ufficiale al servizio delle SS.
Nell’anno 1958 in cui è ambientato Il labirinto del silenzio, però, la patria di Goethe è un paese diverso dalla terra che ha ospitato il Terzo Reich, è una nazione in ripresa, baciata dal sole e dal chiarore della birra, dove si può o gioire delle sottogonne e del rock’n roll oppure risvegliarsi dall’amnesia collettiva post-bellica per riaprire le porte delle stanze degli orrori.
Così, ecco che nel film tedesco scelto per gli Oscar, il Pubblico Ministero in cui Giulio Ricciarelli ha riunito i tre procuratori che lavorarono al processo di Auschwitz prende le distanze dai padri per sposare le ragioni di quella disgraziata gente uccisa con il gas o marchiata di infamia e di stella di David sulle divise da prigioniero.

Ora, Radmann non è la prima persona, o il primo personaggio a cui questa bella cosa succede, ma la sua vicenda doveva (secondo noi) essere raccontata, perché se è vero che le macchine da presa di un’infinità di registi si sono inoltrate, nel tempo, fra i dormitori e i cortili dei campi di sterminio nazisti, i film sul dopo-Olocausto non sono ancora abbastanza e soprattutto quasi nessuno immagina che, nei dieci anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ben poco si sapesse a proposito dell’inferno in Polonia in cui morirono più di un milione di ebrei.
A dire la verità, nemmeno Ricciarelli ne era al corrente, e quando lo ha scoperto, ha avvertito quel sentimento che in un film è spesso garanzia di onestà e di rigore: l’urgenza.

Con un’ansia di un testimone con un’importante dichiarazione da rilasciare e un’umiltà sconosciuta a tanti esordienti, il regista si è lasciato prendere per mano dalla storia e ha assecondato il suo calmo fluire con un ritmo giusto - né troppo lento né forsennato - lasciando il non detto e il non visto fuori campo e creando un’interessante corrispondenza fra l’esattezza dei fatti riportati e la precisione di un montaggio decisamente classico.
E’ venuto fuori un film limpido, forse ingenuo come il suo protagonista (che a un certo punto spera di catturare il “dottor morte” Josef Mengele), ma semplice e perciò incisivo.

Certo, in questo whodunit in cui più o meno conosciamo l’identità degli assassini e l’esito conclusivo, non tutto è essenziale: c’è una love-story un po’ debole forse pensata per conquistare una fetta più larga di pubblico, per esempio, e a volte il racconto perde un pizzico di vitalità, ma quello che è importante sottolineare, e che con il legal thriller in fondo non c’entra, è un'attenta riflessione sulla giustizia, una giustizia che occulta ma poi torna ad essere un pilastro, e non perché la legge sia aprioristicamente uguale per tutti, ma per l’iniziativa di singoli uomini: perché è sempre l’individuo che porta il cambiamento e che spinge avanti la civiltà. E' questo che importa più di ogni altra cosa a Giulio Ricciarelli, che ci tiene così tanto allo sviluppo piscologico dei suoi protagonisti da non abbandonarli mai, con il rischio di indugiare nella descrizione di momenti apparentemente non fondamentali della loro esistenza. E se anche, così facendo, toglie mordente al film, lo perdoniamo in nome dello humour gentile con cui accompagna alcune tranche de vie. Si chiama leggerezza, ed è un dono raro.

Il labirinto del silenzio non è un film per spettatori cervellotici, ma per chi desidera semplicemente imparare qualcosa, meglio se attraverso un processo di identificazione con un eroe che, proprio come uno degli X-Men, dubita ed entra in crisi, precipitando temporaneamente nel gorgo della rinuncia. Eichmann e la banalità del male Ricciarelli li lascia ad altri, così come i giudizi sulla follia da svastiche. In fondo, il romanzo di formazione di Radmann coincide anche con il suo apprendistato di regista e per entrambi, di nuovo, contano in primo luogo i fatti.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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