Il grande Gatsby - la recensione del film di Baz Luhrmann

15 maggio 2013
2.5 di 5

Il film che inaugura il Festival di Cannes 2013 sarà sui nostri schermi a partire dal 16 maggio

Il grande Gatsby - la recensione del film di Baz Luhrmann

Dopo quello che è universalmente riconosciuto come un terribile passo falso, quello di Australia, Baz Luhrmann recupera lo spirito flamboyant di Moulin Rouge!, riproponendo anche la medesima struttura drammatica all’adattamento del celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald.
Così facendo, il regista australiano dimostra non solo di avere una grande passione per le stagioni di allegria smodata e (in)consciamente decadente  (lì la Belle Epoque, qui i Roaring Twenties: toccherà poi agli Swingin’ Sixties? O ai coloratissimi Eighties?) ma anche una fissazione per la messa in scena caleidoscopica e per le cornici “letterarie”.
Nel suo Grande Gatsby, infatti, Nick Carraway diventa un vero e proprio scrittore, narratore e chiaro alter ego di Fitzgerald, spettatore - e non protagonista come il Christian di Ewan McGregor - di una storia d’amore e delle sue infinite tribolazioni; di un mondo vorticoso e in divenire teso ad un finale tragico, involuto e passatista.

Luhrmann, che si regala perfino un cammeo, rispetta la vera natura del romanzo che lo ispira, cambiandola però di segno: lascia soggiaciente la vena sociale cupa e dolorosa mentre esalta il piano privato e sentimentale, ad uso e consumo di un pubblico modellato dai suoi film come da Titanic.
Gaudente e in forma quando si tratta di fare sfoggio di barocchismi, il regista appare più impacciato quando ha a disposizione “solo” un testo che pure segue pedissequamente, e non il vortice dei party, a supportarlo. E risulta evidentemente a disagio quando si tratta di trattare il vero cuore della narrazione fitzgeraldiana: la negazione del Sogno Americano, della mobilità sociale, dello spodestamento della mentalità conservatrice dominante.

La vera e unica forza di un film che, forse inconsciamente, parafrasa la vana inutilità delle feste, degli sforzi, dell’ottimismo e della grandeur del suo protagonista, e tutta la sua effimera e auto-illusorietà identità, sta in una scelta di casting geniale.
Leonardo Di Caprio, con quel volto da eterno adolescente, rispecchia l’eterna adolescenza di un paese e di una cultura, lasciati giocare coi lustrini, la musica e il cuore da un potere inflessibile e austero che si perpetua, anch’esso immutabile, nel sangue e col sangue.
E Leonardo Di Caprio, con il portato di immaginario che si tira appresso, è l’attore perfetto per far risaltare la disperata romanticheria sentimentale che è chiaramente l’unico interesse narrativo di Luhrmann in un contesto più ampio, più complesso, più profondo come quello di un romanzo ancora oggi stupefacente.

Di quel contesto, di quella magnificenza, il regista coglie solo un dato estetico peraltro assente dalle pagine asciutte di Fitzgerald.
Se esistesse (e non è detto che qualcuno prima o poi non decida di investirvi) un parco di divertimenti a tema “Il Grande Romanzo Americano”, Il grande Gatsby sarebbe la sua prima e principale attrazione.
Enjoy the ride, if you can, and move over.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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