Il giustiziere della notte: la recensione del remake di Eli Roth con Bruce Willis

05 marzo 2018
2.5 di 5
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Bruce Willis al posto di Charles Bronson nel rifacimento del celebre revenge movie di Michael Winner, in una versione a tratti divertente ma superficiale e inutile.

Il giustiziere della notte: la recensione del remake di Eli Roth con Bruce Willis

Nel 1974 esce il film che diverrà il capostipite di tutti i vigilante movies degli anni a seguire, fino agli action contemporanei, molto più surreali, violenti e reazionari dell'originale (soprattutto quelli interpretati da Liam Neeson). A dirigere Il giustiziere della notte è un paffuto, ironico e benestante regista inglese, Michael Winner, autore a nemmeno 40 anni di una ventina di film di vario genere, tra cui il bellissimo Improvvisamente un uomo nella notte, con Marlon Brando, dal romanzo Giro di vite di Henry James. Nel 1970 dirige nel western Chato l'iconico attore Charles Bronson, con cui stringe un'amicizia fraterna che durerà tutta la vita, come racconta nei suoi numerosi libri. Torna a dirigerlo in Professione assassino nel 1972 e in L'assassino di pietra, nel 1973. Non può dunque che essere lui il protagonista (da commercialista trasformato in ingegnere che progetta complessi residenziali) del film prodotto da Dino De Laurentiis e tratto dal romanzo di Brian Garfield, che resterà scontento dall'adattamento e darà al suo libro il sequel Death Sentence (portato sullo schermo da James Wan nel 2007 con Kevin Bacon).

Il film, comunque, scatena un dibattito accesissimo, come già era accaduto ai tempi del Braccio violento della legge di William Friedkin (in quel caso il tema era la violenza impunita della polizia). Anche Winner viene ospitato in talk show dove viene messo letteralmente in croce dalle femministe e attaccato per la carica fascista e misogina del suo film. Il successo di pubblico è invece tanto grande che ci saranno ben quattro sequel (di qualità sempre peggiore) e Bronson farà del personaggio il suo marchio di fabbrica e la sua banca personale. All'epoca il tasso di crimine di New York, principalmente a causa delle gang, degli spacciatori e dei tossici, responsabili di violente aggressioni a cittadini, era davvero impressionante: basti pensare che nel 1973 si contarono 1680 omicidi (lo scorso anno sono stati 290). La discussione pubblica sull'incapacità della polizia di gestire la situazione e le tentazioni giustizialiste dei privati erano all'ordine del giorno.

Oggi il problema è ancora molto presente: forse le nostre città sono, in generale, meno sicure, ma ad esasperare questa sensazione di pericolo è la politica e – in America – l'estrema facilità, che molti vorrebbero importare, di procurarsi il porto d'armi e qualsiasi tipo di armamento. Per questo ci aspettavamo maggiore incisività e corrispondenza alla realtà dalla rilettura contemporanea del film, che ne riprende addirittura il nome e arriva al cinema dopo un percorso lungo e tribolato, con la sceneggiatura di un autore solido come Joe Carnahan e la regia dell' altalenante Eli Roth. Troviamo invece un film a tratti divertente e sempre superficiale che sfiora un po' tutti gli argomenti in gioco senza approfondirne nessuno e soprattutto senza mai diventare specchio del suo tempo.

Nel bene e nel male, era quello che contraddistingueva il film di Michael Winner, oltre a valori produttivi molto alti: una splendida fotografia, un grande caratterista come Vincent Gardenia nel ruolo dell'ispettore, la bellissima colonna sonora di Herbie Hancock e la vera New York del periodo, sporca, innevata, buia, feroce e selvaggia. In più gli amanti del cinema lo ricorderanno perché uno dei tre balordi che assalgono moglie e figlia di Kersey era il ventenne Jeff Goldblum e per l'esordio nel finale nei panni di un poliziotto del giovanissimo Christopher Guest. La giustizia privata del Paul Kersey di Bronson, poi, non era solo rivolta alla ricerca e all'annientamento degli uomini che gli avevano ucciso la moglie di botte, in modo molto più cruento che nel remake e traumatizzato la figlia fino a ridurla a un vegetale. La vendetta era secondaria rispetto alla riscoperta del mito della frontiera (la sua arma era una Colt d'epoca), dell'azione primitiva, che fa star male all'inizio ma poi dà soddisfazione, perché sparando a balordi armati di coltello, il protagonista tornava uomo libero e realizzato, liberandosi del velo di civiltà che lo aveva indotto a rinnegare gli insegnamenti del padre e a fare l'obiettore di coscienza in Vietnam.

Dalla reazione Kersey passava poi alla provocazione, faceva da esca sapendo in cuor suo di contribuire a far calare il crimine nelle strade. Per cercare di riprodurre un'atmosfera analoga il remake è stato ambientato a Chicago (omicidi nel 2017: 650, tanti, certo, ma non paragonabili ai dati degli anni Settanta) ma l'azione, pur tracimando a un certo punto nello splatter e nell'horror e non mancando di ironia, non diventa mai veramente credibile, tanto che la location sembra un set uguali a tanti altri che abbiamo visto negli anni. Narrativamente è del tutto inutile l'inserzione del personaggio del fratello (Vincent D'Onofrio), messo lì forse come red herring e mai funzionale al racconto. Va meglio coi pezzi più satirici, come i tutorial sull'uso delle armi su youtube coi ridicoli disclaimer, e certo non ci si  annoia, anche se la durata supera di quasi un quarto d'ora i 93 stringatissimi minuti dell'originale. Nonostante il lodevole impegno, Bruce Willis non raggiunge mai l'ineffabile ed espressiva imperturbabilità di Bronson che andava sempre in giro in cappotto e a volto scoperto.

Gli autori strizzano l'occhio all'originale riproducendone il celebre finale. Ma la sensazione è che un film del genere sia costretto alla semplificazione perché sa di rivolgersi principalmente a un pubblico incapace di cogliere le sfumature e l'ironia, col rischio (certo non voluto da Carnahan, che non fa mistero su Twitter del suo odio per Trump e per la sua politica, tanto da farsi addirittura sospendere) di venire letto – come dimostrano i moltissimi e sconcertanti commenti degli spettatori d'oltreoceano che ne esaltano il “messaggio” - unicamente come esaltazione del patriottismo americano. Negli anni Settanta anche un film del genere, in cui il testosterone era protagonista indiscusso e le armi – come veniva detto esplicitamente - erano un prolungamento del pene, parlava a un pubblico abituato a ragionare. Rifatto oggi, quando l'uso indiscriminato dei social ha reso tutti a parole dei potenziali assassini e il mondo brulica di haters e analfabeti funzionali, non ha la stessa forza dirompente e dunque resta, in sé, un'operazione senza senso.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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