Il gatto con gli stivali - la nostra recensione

15 dicembre 2011
3 di 5

La buona notizia è che il personaggio più intrigante di Shrek ha finalmente un film da protagonista. La cattiva è che la sua avventura non è all’altezza del suo fascino e del suo carisma.


 

Correva l’anno 2004 quando il secondo capitolo della fortunata franchise di Shrek ci introdusse agli occhioni più dolci, seduttivi e teneramente impertinenti dell’intera storia del cinema: occhi scuri, profondissimi e liquidi, occhi di uno spadaccino dal cappello a tesa larga e dagli artigli affilati conosciuto come il gatto con gli stivali. Subito ci innamorammo di lui, perdonandogli impertinenze, scappatelle e perfino quel poco maschile collarino rosa e quei 20-30 chili di troppo sfoggiati in Shrek e vissero felici e contenti

Adesso el gato is back, grazie all’intuito di sua maestà Jeffrey Katzenberg e alla buona regia di Chris Miller, che ammicca agli spaghetti western e si concede a qualche gradevole virtuosismo tecnico – a cominciare dallo split-screen. Le prime sequenze de Il gatto con gli stivali mantengono le promesse del teaser e del trailer. Il felino rossiccio fugge da una casa in cui ha sedotto una lasciva gattina, entra con passo deciso in un saloon pieno di poster con la sua taglia, tenta un furto ardimentoso e si produce in un’indiavolata gara di flamenco con una misteriosa gattina mascherata. Che spettacolo meraviglioso! Che suggestiva e caliente ambientazione – a metà fra un pueblo messicano e un villaggio andaluso. E che emozione, un’emozione che tradisce la consapevolezza, o il sospetto, che lo spin-off sia di gran lunga migliore dei film originali. Ed è veramente così … almeno fino a quando il presente non cede il posto al passato lasciando che il film si trasformi temporaneamente in un biopic.

L’incontro del gatto con l’amico di un tempo Humpy Alexander Dumpty impone infatti al racconto di scavare nel passato dei due personaggi, dando spazio a un flashback eccessivamente lungo che li vede compagni di orfanotrofio. Ecco allora che Il gatto con gli stivali assurge improvvisamente ad apologo sull’amicizia e sull’importanza del perdono. Così facendo, perde improvvisamente mordente e diventa banale, buonista e moraleggiante proprio come tutte quelle favole che i creatori di Shrek hanno sempre meravigliosamente dissacrato. Diventa, in altre parole, un family-movie, in cui fortunatamente fa capolino di tanto in tanto qualche battutaccia o qualche frase allusiva.
Quando però si torna al presente, il ritmo riprende e la fiaba natalizia si tramuta in un heist-movie in cui si dà la caccia a un’oca dalle uova d’oro e nel quale alla scaltrezza di Bonnie e Clyde  in versione felina si affianca l’intelligenza un po’ nerd di un uovo. Un uovo in cui siamo andati a cercare il pelo e in cui abbiamo trovato, nonostante una certa multidimensionalità, una rara antipatia. Nelle pagine di Lewis Carroll e nella canzone dei Beatles "I Am the Walrus"  Humpty Dumpty aveva decisamente un’altra aura, ma qui ci rammenta fastidiosamente tutti i bambini invidiosi e bruttini che abbiamo incontrato all’asilo. Al desiderio che si rompa in mille pezzi fa comunque sempre da contraltare il nostro tifo sfegatato per il gatto, che a film finito consacra il suo mito di eroe solitario.

Ci viene un sospetto: non sarà che amiamo tanto questo personaggio perché dentro di lui si nasconde un attore che è la quintessenza del latin-lover, e cioè Antonio Banderas? Sicuramente è così, perché duellando e saltando, seducendo e abbassando la voce di un’ottava, el gato si tramuta di volta in volta nel mariachi di Desperado, nel giovane Zorro de La maschera di Zorro e in tutti quei personaggi che in 30 anni di cinema il bell’Antonio ha interpretato con grande ironia. 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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