Il figlio dell'altra - la recensione del film di Lorraine Levy

12 marzo 2013
2.5 di 5
17

Un film francese sulla convivenza fra arabi ed ebrei, fra Israele e Palestina

Il figlio dell'altra - la recensione del film di Lorraine Levy

L’uno e l’altro.

Ebreo e musulmano, per errore scambiati nella culla e cresciuti nella famiglia sbagliata. Un incubo diventato realtà per chi vive in un modo dicotomico, in una realtà duale in cui ci si identifica spesso proprio nell’essere diverso da chi ci vive accanto. Gli spazi aperti e il mare di Tel Aviv contrapposti ad un infame muro e i vicoli della Cisgiordania, razza e sangue, due popoli semiti divisi da una terra e prima ancora da due religioni che non fanno proselitismo e talvolta si rinchiudono nella loro specificità.

Nel film di Lorraine Levy, dopo questa premessa paradossale, seguiamo in parallelo le vite di queste due famiglie sconvolte dall’irruzione nella loro quotidianità del diverso, che improvvisamente non possono più ritenere tale. Come può accettarlo un capo famiglia, alto ufficiale dell’aeronautica israeliana e valoroso reduce della guerra in Iraq o ancor di più un ingegnere con la passione per la musica che deve fare il meccanico perché non può muoversi liberamente nella sua terra e piange un figlio ucciso dall’occupante?

Per forza di cose Il figlio dell’altra non può che diventare una storia esemplare sull’identità, su come il peso insostenibile di una storia di ataviche incomprensioni diventi una genetica implacabile, che non ammette eccezioni: conta solo chi era tua madre, da dove vieni, non chi sei, chi ti ha cresciuto e che educazione hai avuto. Se un giorno scopri che sei il figlio sbagliato finisce tutto, non sei più chi pensavi di essere, non sei più ebreo. In fondo, lo dice il rabbino, “il giudaismo non è una convinzione, ma uno stato spirituale legato alla tua natura”. Allora come convivere, verrebbe da dire, se la natura già ci segna prima di nascere e ci identifica in quanto altri?

Per Lorraine Levy la speranza è legata (ovviamente) ai giovani, che sentono meno questo peso e se spinti dagli eventi possono finire per conoscere l’altro e trovare tante cose in comune, convincendosi come la natura sia solo la premessa di una vita che si nutre della quotidianità di chi ti ama e che proprio per questo diventa famiglia.

Una sceneggiatura che va dritta al suo scopo, segue uno sviluppo previsto e prevedibile, si fa guidare da una limpidezza etica ammirevole che però nell’evitare di porre sul cammino deviazioni inattese finisce col rendere quasi banale una dinamica che invece è nebulosa, ostinata, imprevedibile. Un lavoro di buona volontà in cui tutto è fin troppo al punto giusto, corretto e quindi forzato; in cui si mettono Isacco e Ismaele davanti allo specchio, sperando che vogliano (ri)conoscersi perché “è quando sono il mio peggior nemico che devo amarmi lo stesso”.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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