Il dittatore - la recensione del film con Sacha Baron Cohen

15 giugno 2012
4 di 5

Che personaggio straordinario e necessario, Sacha Baron Cohen...


Che personaggio straordinario e necessario, Sacha Baron Cohen: educato a Cambridge, secondo figlio di una famiglia di stretta osservanza ebraica - e anche lui non scherza, visto che la moglie Isla Fisher ha dovuto convertirsi dopo 3 anni di intensi studi religiosi per sposarlo - ha fatto della sua arte una missione. Quella di mettere a nudo, attraverso comportamenti e affermazioni estreme, piaghe sociali come l'ipocrisia, il razzismo, l'antisemitismo e l'omofobia che si celano sotto le apparenze più inattese ed educate, come sotto quelle più rozze.

Ci mancano le sue memorabili interviste, quando, ancora sconosciuto, riusciva a far dire le cose peggiori (o le più sincere), sotto le spoglie del tamarrissimo Ali G, a personaggi del calibro di Buzz Aldrin, Gore Vidal e Donald Trump. E a esser sinceri ci manca anche Borat, un film capace di dar vita a un incidente diplomatico quando il finto inno kazako venne scambiato per vero ed eseguito durante una cerimonia ufficiale in Kuwait. Ma, anche se a malincuore, sappiamo che da ora in poi dovremo accontentarci della fiction con “attori” consapevoli, visto che il protagonista di tali exploit è ormai famoso e riconoscibile ovunque.

Partiamo da qua per dire che Il dittatore fa ridere, e molto, ed ha almeno un momento sublime (il discorso finale di Aladeen su dittatura vs. democrazia, che produce una straniante consapevolezza della nudità del re in chiunque abbia orecchi per intendere), ma deve affidarsi totalmente alla genialità dello shlemiel ebraico, il buffone sempliciotto che dice quello che pensa, soprattutto se non si deve dire. Ma che non ha interlocutori al suo livello, nel caso di Baron Cohen, perché è lui stesso a crearli.

Nel fuoco di fila di battute, doppi sensi, giochi linguistici (che tradotti in italiano perderanno parte della loro efficacia) e situazioni surreali, Il dittatore è dunque meno “rivoluzionario” di altre opere dell'attore, anche se non per questo meno godibile. Se fanno ridere i cammei di noti attori e il loro utilizzo, la scelta dei partner del protagonista è in questo caso perfetta: Ben Kingsley nel ruolo dello zio traditore e procacciatore di donne è assolutamente perfetto nella sua impassibile recitazione, e Anna Faris, imbruttita, derisa e manipolata dall'uomo malvagio che si innamora di lei (perché è l'unica che lo coccola) si presta al gioco perverso del leader con uno spirito da grande comica. I duetti con Jason Mantzoukas che interpreta lo scienziato nucleare Nadal, sono poi degni di uno sketch dei fratelli Marx. Un film come questo affonda le proprie radici nella tradizione delle farse del teatro yiddish di inizio Novecento, come quelle di Isaac Löwy, il buffone tanto ammirato da Franz Kafka. Un teatro popolare, senza remore, volgare, di fronte ai quali un borghese raffinato come lui si sganasciava dalle risate.

Il dittatore non è certo il primo film a sbeffeggiare il volto crudele e al tempo stesso assurdo del potere, ma ha forse il primato di farlo con questo tipo di comicità. Alla proiezione a cui abbiamo assistito il nostro vicino di poltrona, in mezzo a una sala che si scompisciava, non ha mai nemmeno sorriso. Non sappiamo se perché annichilito da tanta audacia, o incapace di trovarvi il lato divertente. Non è certo una comicità facile quella di Sacha Baron Cohen: per essere così infantilmente cattivi ed elementari è necessaria una fine intelligenza, tanto fine che da alcuni può essere facilmente scambiata per idiozia. Ma siamo certi che il pubblico sia in grado di apprezzare un film come questo, capace anche di farci riflettere, dopo averci fatto ridere di cose su cui i preti, i censori e la nostra stessa coscienza ci hanno sempre ammonito di non scherzare. E se ci si sente anche un po' a disagio dopo aver riso, è solo un effetto collaterale – e salutare – voluto dai suoi diabolici creatori.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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