Il Diritto di Opporsi: la recensione del film con Michael B. Jordan e Jamie Foxx

23 gennaio 2020
3.5 di 5
7

Un racconto di grande potenza su una vicenda giudiziaria realmente accaduta in un'America razzista e ingiusta.

Il Diritto di Opporsi: la recensione del film con Michael B. Jordan e Jamie Foxx

Ogni bambino a cui siano state raccontate le storie della buonanotte, ha sentito parlare, almeno una volta, dell'Uomo Nero, una creatura diabolica e fantastica o un essere cattivo e oscuro che in ogni tradizione letteraria ha una sua diversa fisicità. Nella storia del Sud degli Stati Uniti, che dopo la Guerra di Secessione dovette arrendersi all'abolizione della schiavitù, il vero uomo nero non si identifica solamente con il classico boogeyman, ma è stato a lungo, e ancora spesso è, l'uomo con la pelle nera, che in un tempo lontano viveva indisturbato in Africa prima che qualcuno andasse a prenderlo e lo mettesse in catene. E’ di "uomini neri", vittime di razzismo e di ingiustizia, che parla Il Diritto di Opporsi, tratto dal libro di memorie dell'avvocato (afroamericano) Bryan Stevenson, che difese Walter McMillian, un altro afroamericano ingiustamente accusato di omicidio e dichiarato colpevole sulla base di un'unica testimonianza. Il film, proprio perché racconta una vicenda realmente accaduta nella stessa contea dell'Alabama che diede i natali a quell'Harper Lee che fu autrice de "Il buio oltre la siepe", e che non è poi così lontana da quell'East Texas in cui Joe Lansdale colloca dei seguaci di un redivivo Ku Klux Klan, non si prende la briga di essere il classico legal o procedural drama.

No, il regista Destin Daniel Cretton rifiuta deliberatamente il ritmo frenetico di tanti suoi "fratelli" di genere a favore di un'andatura più smooth, quasi da cool jazz, e non per la voglia di essere "stiloso", ma per concederci e concedersi il tempo di riflettere. Il thriller, insomma, getta subito la maschera, rivelandoci l'innocenza del protagonista, che diventa così vittima di una società intera, di un sistema legale corrotto difficile da sconfiggere. E se Walter e i suoi vicini di cella nel braccio della morte sono quell'uno o due o tre da colpire per colpire tutti i boogeyman di cui sopra, a prescindere dalla loro effettiva colpevolezza, lo spettacolo a cui assistiamo nel film, che è scandito da un montaggio che si prende i suoi tempi, è quello di offerto da una cospicua fetta degli Stati Uniti del rampantismo reaganiano nonché dell'epoca, ahinoi, trumpiana.

Non c'è l'America della democrazia, dell'apertura mentale, dello Yes we can e del sogno (americano) ne Il Diritto di Opporsi, ma quella dei poliziotti che ti fanno uscire dalla macchina e ti spingono contro la fiancata, dei padri di famiglia con i garage pieni di fucili da caccia e della scellerata Guerra del Vietnam, che ha dispensato a tanto al chilo la Sindrome da Stress Post Traumatico ma che comunque, per l'Herbert Richardson diRob Morgan prossimo alla fine, è meglio del braccio della morte, da cui proprio non si può fuggire. E nel braccio della morte del film, in mezzo a una scala di beige e di marroni, assistiamo orripilati alle fasi che precedono un'esecuzione. E’ una scena deflagrante, che disturba profondamente il personaggio di Bryan Stevenson, che, guarda caso, ha il volto di quel Michael B. Jordan che è stato il supereroe nero della Marvel Black Panther e il delinquente ingiustamente ucciso di Prossima fermata Fruitvale Station.

Jordan è forse troppo "pulitino" ne Il Diritto di Opporsi, e troppo Adonis Creed con quei suoi bicipiti perfettamente scolpiti, ma ben esprime il self control di un eroe quieto che, però, negli occhi, tradisce una fortissima rabbia. Anche Jamie Foxx lavora di sottrazione, muovendosi fra il cinismo e la rassegnazione di chi, sentendosi definire continuamente assassino, ha cominciato a credersi colpevole, nonostante il candore di una divisa bianca come il latte. E anche gli attori che interpretano i personaggi secondari oscillano magnificamente fra il terrore e la disperazione, a cominciare da Tim Blake Nelson, mai caricaturale nei panni di un uomo con una deformità alla bocca che esprime, attraverso occhi guardinghi e atterriti, il senso di colpa per una falsa testimonianza.

Come Bryan Stevenson, Destin Daniel Cretton e il suo co-sceneggiatore Andrew Lanham danno voce alle anime che sono state zittite, alle minoranze che sono state private della loro dignità. Ci avvertono che, anche se le lotte per i diritti civili dei neri americani non occupano più le pagine dei giornali, così come la morte di Martin Luther King, i pregiudizi restano. E resta, soprattutto, la pena capitale, a ricordarci che la morte è una parte ancora importante della giustizia americana.

Non avrà magari l’afflato epico di un Amistad né l'urgenza di un Dead Man Walking, ma Il Diritto di Opporsi è un film di grande potenza. A questo punto potremmo anche appiccicargli l'etichetta "necessario", se non fosse che detestiamo usare questo aggettivo davvero inflazionato quando si parla di cinema.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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