Il Conte di Montecristo: la recensione del film presentato al Festival di Cannes

23 maggio 2024
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Torna il Dumas Cinematic Universe, questa volta alle prese con uno dei romanzi più avvincenti della storia della letteratura. Qualche problema di ritmo e di casting, ma comunque un buon esempio di onesto cinema popolare. La recensione di Il Conte di Montecristo di Federico Gironi.

Il Conte di Montecristo: la recensione del film presentato al Festival di Cannes

Ecco tornare sullo schermo (quello grande, in attesa di vedere cosa combineranno sul piccolo) il Dumas Cinematic Universe, l’intelligente operazione produttiva francese che ha deciso di sfruttare un patrimonio della letteratura di casa propria e mondiale per cercare di contrapporsi ai cinecomic d’oltreoceano. Si era iniziato con i due Tre Moschettieri firmati da Martin Bourboulon, e ora tocca a questo Il Conte di Montecristo, diretto invece dalla coppia Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière, che di quel dittico fu sceneggiatrice. Che il cambio dietro la macchina da presa sia stato indolore, non è però così sicuro.
Certo: “I tre moschettieri” è un romanzo d’avventura e d’azione favorisce una certa spettacolarità, mentre quello che racconta la storia di Edmond Dantès e della sua vendetta, che pure è uno dei romanzi più avvincenti di tutta la storia della letteratura, è meno immediato, e decisamente più disteso. Ma non è per questo che il film di Delaporte e de la Patellière pare un po' meno riuscito di quelli di Bourboulon.

Come noto, il romanzo di Dumas si può dividere in alcune parti principali: la prima, che racconta dell’arrivo di Edmond e della sua ingiusta incarcerazione per via di un complotto ai suoi danni ordito da nemici invidiosi del suo matrimonio con la bella Mercédès; la parte della prigionia al Castello d’If, nel corso della quale Edmond incontra l’abate Faria, divenendone allievo, amico e depositario del segreto di un immenso tesoro; e la parte successiva alla fuga, nel quale Edmond mette in atto la sua vendetta pianificata per lunghi anni: con una fare prima ambientata a Roma, e una seconda, la decisiva, a Parigi.
Delaporte e de la Patellière, che pure giustamente si concedono tre ore per raccontare questa storia piena di intrecci, intrighi, personaggi e avvenimenti, hanno dovuto per forza di cose semplificare, omettendo per esempio tutta la parte romana, riducendo il numero dei personaggi coinvolti, modificando le intenzioni e le sorti di altri: ma questo non giustifica il fatto per cui, fino a quando non si arriva a Parigi - e con buona pace del Favino che interpreta Faria, con un buon francese - il film sembra stentare a decollare, a essere incisivo, a avere la capacità di costruire l’attesa e la psicologia necessarie per quanto verrà dopo.

Con l’arrivo di Edmond a Parigi nei panni del Conte di Montecristo, a confronto diretto con i tre responsabili della sua prigionia (il procuratore de Villefort; il barone Danglars e, soprattutto, quel Fernand Mondego de Morcerf che gli ha portato via Mercédès), il film prende un altro ritmo, assecondando in questo modo anche il romanzo, e riesce a farsi più avvincente. Mai, però, del tutto.
Uno dei problemi, temo, è legato al casting: Pierre Niney, che è stato scelto come protagonista, ha forse il volto giusto per essere l’Edmond Dantès che doveva sposare la sua bella e viene ingiustamente incarcerato, ma non ha invece le fattezze oscure, tormentate e vissute del Conte di Montecristo. Non è questione di abilità recitativa, ma proprio del riflesso fisico sul personaggio: e la scelta - pur limitata - del trucco (dell’attori) e delle maschere (del personaggio) non aiutano a sostenere l’intensità di un Montecristo che sembra a tratti ibridato col Fantasma dell'Opera.

D’altra parte, il resto dei volti sono più o meno bene assortiti, con Anaïs Demoustier più efficace sullo schermo che non sulla carta nei panni di Mercédès, e tutti gli altri interpreti piuttosto azzeccati. Ottima davvero, invece, la scelta di affidare il personaggio di Haydée a Anamaria Vartolomei. Proprio Haydée, e il suo destino, sono però la spia di alcuni piccoli problemi. Problemi nati laddove Delaporte e de la Patellière si sono trovati obbligati a deviare dalla trama di Dumas e hanno cercato soluzioni che, con tutta evidenza, cercano di rendere più potabile per il gusto e l’ideologia correnti molti dei risvolti del romanzo, e delle modalità della vendetta pensata e dispiegata da Montecristo.
Senza entrare nel dettaglio, per ovvi motivi, mi pare siano tutte o quasi tutte scelte che, nel chiaro intento di edulcorare, hanno anche depotenziato la forza della storia, e delle psicologie dei personaggi.
A questo Il conte di Montecristo, nonostante tutte queste obiezioni magari un po’ capziose, figlie anche - ma non solo - di un grande amore per il materiale di partenza, si deve comunque riconoscere che, discontinuità di ritmo a parte, nel suo complesso è un film che non annoia mai, e nel quale è evidente, e apprezzabile, lo sforzo di farsi grande narrazione popolare.
Un po’ appiattita, forse, un po’ poco dinamica per troppo tempo, ma comunque utile e funzionale al suo scopo. Perché diciamolo, è meglio un Conte di Montecristo imperfetto, che l'ennesimo capitolo di universi e personaggi declinate sempre nello stesso modo, e senza una reale storia da raccontare.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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