Il collezionista di carte: recensione del dramma di Paul Schrader in concorso a Venezia 2021

31 agosto 2021
3.5 di 5
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Oscar Isaac è un intenso protagonista del nuovo dramma di Paul Schrader, in cui lo sceneggiatore di Taxi Driver si confronta con tematiche tipiche del suo cinema, come il senso di colpa e il senso della giustizia ne Il collezionista di carte, in concorso a Venezia. La recensione di Mauro Donzelli.

Il collezionista di carte: recensione del dramma di Paul Schrader in concorso a Venezia 2021

La colpa. Meglio, il peccato, per aderire meglio alla visione profondamente ancorata alla sua formazione calvinista. Un dogma da narratore per Paul Schrader, cresciuto in una famiglia olandese protestante di rigida osservanza, che negli anni migliori ha fatto scintille in sinergia con il cattolico Martin Scorsese, scrivendo capolavori come Taxi Driver o L’ultima tentazione di Cristo. Tornato in grande spolvero due anni fa, con il suo film precedente, il notevole First Reformed, nominato all’Oscar per la miglior sceneggiatura, ha scritto e diretto Il collezionista di carte, con la complice egida di Scorsese come produttore. Una summa ideale dei comandamenti della poetica autoriale di Schrader, dalla ricerca di redenzione all’inevitabilità di un destino segnato dalla colpa, senza troppa speranza di gloria, specie su questa terra. Come prevede il calvinismo, la vita umana è segnata dal conflitto fra peccato e redenzione, alienazione e riconciliazione.

Oscar Isaac interpreta William Tell (già!), l’anima devastata dal peccato, ex militare con un passato oscuro. Si aggira come uno spettro per casinò di provincia americani guadagnandosi da vivere come giocatore d’azzardo professionista. Può mettere a frutto l’allenamento con cui ha allietato le infinite giornate passate in cella, che l’hanno portato a “contare” le carte con grande abilità. Una pratica non consentita. È ormai un maestro nel vincere il giusto, non facendosi troppo notare, rimanendo al di sotto dei radar della sicurezza dei tavoli verdi, evitando (la maggior parte delle volte) di venire cacciato in malo modo.

Il mondo de Il collezionista di carte, titolo italiano dell’originale The card counter che lascia a dir poco perplessi, è alienante. Blu, in più di un senso. Innanzitutto per la depressione che opprime ogni luogo e ogni abitante di quel regno di moquette polverose e rumori scomposti di imprecazioni miste a sporadiche scariche di monete a scandire le vittorie alla slot machine. Ma anche in senso più strettamente cromatico, per una luce dei neon che illumina ogni cosa, in interni in cui non si distingue il giorno dalla notte, senza colori sgargianti, come fossero gli avanzi privi di vigore delle luci scintillanti di Las Vegas, delle vetrine del gioco d’azzardo. Una fotografia che sembra provenire dai primi tentativi dell’era del digitale, creando un effetto acquario straniante, che ben si accorda con la narrazione sincopata di un mondo in cui la violenza lascia tracce durature, ma non viene mostrata, lasciata pudicamente fuori campo. 

L’universo di William - un sontuoso Oscar Isaac che non sbaglia mai un tono - viene sconvolto dall’arrivo di un giovane che sembra offrirgli la possibilità di un’ormai inattesa redenzione. Kirk, infatti, è in cerca di vendetta contro un comune nemico. A interpretare l’arcangelo, Tye Sheridan, ormai cresciuto dai tempi del debutto, a 15 anni, in The Tree of Life di Terrence Malick, vincitore poi del premio Mastroianni a Venezia per Joe, al fianco di Nicolas Cage.

William è un cavaliere disarcionato, un reduce solitario che si punisce, magari non fustigandosi come in altre epoche, o ad altre latitudini, ma abbrutendosi nello squallore e nella colpa. Un viaggio metaforico e cinematografico, in cui rimangono a galla l’abilità di Schrader nel porre in rilievo i limiti, ma anche le inaspettate vette di moralità della natura umana.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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