Il clan: la recensione del film dell'argentino Pablo Trapero

22 luglio 2016
2.5 di 5
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Arriva nelle nostre sale il film, tratto da una storia vera, presentato in concorso al Festival di Venezia del 2015.

Il clan: la recensione del film dell'argentino Pablo Trapero

Uno dei nomi più noti del nuovo cinema argentino, frequentatore abituale dei grandi festival internazionali, anche in veste di giurato, Pablo Trapero si cimenta, ne Il clan, con un materiale narrativo davvero molto interessante.
Il film racconta infatti la vera storia di Arqímedes Puccio, algido e ferreo patriarca di una famiglia che, dietro una facciata di rispettabilità, si occupava di sequesti di persona, sia per conto della dittatura militare negli anni della Guerra Sporca che per tornaconto personale.
Ad aiutare l'uomo era soprattutto il figlio Alejandro e gli altri maschi, mentre le figlie ignoravano o voltavano la testa dall'altra parte: ed è soprattutto attorno al rapporto complesso tra Arqímedes e Alejandro (ritatto più come una vittima che come un vero e proprio complice) che Il Clan è costruito.

Sulla carta, la scelta di Trapero, che non è certo nuovo al racconto (diretto o metaforico) dei tanti lati oscuri della storia del suo paese, sembrava una garanzia di risultati. Ma, come spesso accade purtroppo in casi simili, la traduzione in pratica di questa teoria è piuttosto deludente.
Intendiamoci: Trapero rimane comunque un regista più che capace, sa girare bene e rimane capace di dimostrarlo. Ma di fronte a una storia così potente e oscura, l'argentino sembra aver optato per la strada formale e linguistica più furba e commerciale, lontana da quella delle sue opere migliori, e gira un'opera che nel complesso è un po' sciatta.
Un'opera dove la storia e la cronaca, il pubblico e il privato si accavallano come in una fiction televisiva, e dove ci si aggrappa a un uso forsennato e dissennato della musica (tutti brani di repertorio usati senza grande coerenza narrativa) per coprire la sostanziale povertà della struttura.

Piuttosto debole, infatti, è la storyline che Trapero ha dedicato a quello che per lui è il vero protagonista del film, Alejandro, sospeso tra l'obbedienza fedele ai diktat paterni e le velleità romantiche di fuga con la bella fidanzata (la bionda Stefania Koessl, di cui sentiremo parlare); troppo rigida, invece, la parte del film che si concentra su Arqímedes, che può contare però sulla forza della notevole e diabolica interpretazione di Guillermo Francella, capace di una notevole trasformazione fisica e di rispecchiare, con e nei suoi occhi di ghiaccio, le fragilità nascoste e la crudeltà spietata di un patriarca che ha costruito la sua forza sulla paura e sull'omertà dei suoi stessi familiari.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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