Il cigno nero - Black Swan: la recensione del film di Darren Aronofsky

14 febbraio 2011
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Requiem for a Dream ce l'aveva insegnato bene: indipendentemente dai giudizi qualitativi di ognuno, Darren Aronofsky non è mai stato un regista capace o voglioso di lavorare di fioretto e non detti

Il cigno nero - Black Swan: la recensione del film di Darren Aronofsky

Il cigno nero - Black Swan: la recensione


Requiem for a Dream ce l’aveva insegnato bene: indipendentemente dai giudizi qualitativi di ognuno, Darren Aronofsky non è mai stato un regista capace o voglioso di lavorare di fioretto e non detti, preferendo strutturare la sua estetica e la sua poetica su una messa in scena sfacciata: su un gusto dell’esplicitazione greve, su un contatto con lo spettatore e la sua sensibilità ai limiti della violenza. Quando poi il regista americano ha provato altre strade, leggi The Fountain, i risultati sono stati fallimentari da quasi tutti i punti di vista.

Con una forzatura (?) che ci torna utile, potremmo dire che in Black Swan l’Aronofsky del primo titolo si fonde con quello del secondo: perché l’ambizione è di dar vita a un film raffinato non solo per l’ambientazione ballettistica, ma per l’esplorazione dei lati oscuri della natura umana, delle loro influenze, delle conseguenze sul nostro agire. E va bene in questo senso scegliere una strada che parte da premesse da dramma per trasformarsi, senza troppa progressività, in un horror psicologico: ma peccato che la declinazione orrorifica venga attuata con modalità banali e assai poco sottili. Il tema del doppio, ché di questo stiamo parlando, ha prodotto nel tempo innumerevoli testi, letterari e cinematografici. E Aronofsky sembra averli studiati un po’ tutti: ma armonizzare gli intenti sfacciatamente psicanalitici e i toni sostenuti con momenti che paiono ricalcare La metà oscura di Romero è un compito un po’ arduo.

Insomma: inutile lavorare sull’esplorazione psiche di una protagonista (una Natalie Portman efficace quando inquietante, ma quasi insopportabile quando è lagnosa: e si tratta di buona parte del film), sulla castrazione subita da una madre ossessiva e ossessionante, sulla metafora di una sessualità prima negata, poi inseguita ma mai maturata completamente, sull’utopia della ricerca della perfezione, se poi il tutto si deve ridurre ad una serie di scene compiaciute di masturbazione interrotta e fantasie distruttive, o a effettacci da b-movie.

Appoggiandosi sulla colonna sonora (le musiche di Tchaikovsky mescolate a quelle originali di Clint Mansell), Aronofsky cerca forse Cronenberg, ma trova solo sé stesso e la sua mano squadrata, pesante, da artigiano e non certo da pianista. Non sorprende, in fondo, che quando il regista è partito da un materiale di partenza più lineare e ruspante, come nel caso del The Wrestler che gli è valso un (nel complesso) meritato Leone d’Oro, i risultati siano stati validi. Perché, con una facile battuta, il wrestling e la riscossa (anche intima, per carità) di un pezzo di white trash sono elementi più vicini alla sua sensibilità. I difficili equilibri e le sospensioni del balletto e dei labirinti oscuri della mente, assai di meno. Così, per essere sicuro di non sbagliare, sui titoli di coda del suo Black Swan Darren Aronofsky si applaude e si fischia da solo.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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