I ponti di Sarajevo – la recensione del film collettivo sulla città bosniaca

22 maggio 2014
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Una riflessione di tredici autori europei sulla città che ha aperto e chiuso il secolo breve

I ponti di Sarajevo – la recensione del film collettivo sulla città bosniaca

Poche città hanno segnato il Novecento pur rappresentando una realtà periferica come Sarajevo.
Nei mesi in cui si ricorda il centenario della Prima guerra mondiale non si può dimenticare come la frizione formale che portò allo scoppio del conflitto fu l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria-Ungheria. Un evento che ha dato il via al secolo breve, così come l’assedio della città nei primi anni ’90 da parte dei serbi di Milosevic e Karadzic ne ha rappresentato uno degli ultimi conflitti, ennesimo punto di non ritorno di una zona da secoli in bilico fra convivenza di culture diverse e progetti espansionistici.

Sono queste le suggestioni che quest’opera collettiva, coordinata dal critico Jean-Michel Frodon, ha voluto sottoporre a tredici registi di tutto il continente che hanno avuto mano libera per sviluppare una riflessione su I ponti di Sarajevo, simbolo di unione, ma anche di divisione.

Come spesso accade nei casi di queste riflessioni collettive dalla forte valenza morale ci sono alcune opere riuscite, altre convenzionali e alcune didascaliche. Come a scuola quando ci veniva proposto un testo libero il foglio bianco è stato riempito in base alle sensibilità di ognuno: da persone molto vicine emotivamente alla città e al conflitto recente o da autori molto lontani.

Nel complesso molto maggioritari sono i lavori dedicati al conflitto degli anni ’90 e pochissimi quelli che si spingono fino al 1914, il che lascia un po’ di rammarico vista la portata epocale di quegli eventi e la distanza temporale che avrebbe agevolato lavori meno convenzionali. In quest’ottica un plauso al corto di apertura del bulgaro Kamen Kalev, che ha il merito di sviluppare con un’impronta stilistica personale quella serata del 28 giugno 1914, con le preoccupazioni e i presagi negativi della moglie dell’arciduca e il corteo fatale.

Ci sono anche due italiani fra i registi de I ponti di Sarajevo.
Leonardo Di Costanzo, che ha deciso di portarci in montagna sul fronte raccontando, ispirandosi a un racconto di Federico De Roberto, una storia di insubordinazione di un soldato che rifiuta di lanciarsi verso morte sicura, come quattro commilitoni prima di lui.
L’altro italiano è Vincenzo Marra che racconta, a distanza, la riflessione di una coppia di bosniaci a Roma da vent’anni, alle prese col dubbio se tornare a Sarajevo in occasione dei funerali del padre di lui.

Due opere qualitativamente in media con le altre, mentre a svettare sono la riflessione ironica di una coppia sui pregiudizi che non muoiono mai del romeno Cristi Puiu, e la storia diretta da Ursula Meier su un ragazzino che gioca in un campo di calcio e lancia il pallone oltre la rete fino al confinante cimitero.
Per gli amanti dello sperimentalismo filosofico del Godard di questi anni non manca una sua riflessione su una città a lui molto cara.

I ponti di Sarajevo rappresenta un’occasione per ricordare vicende che fanno parte della nostra storia, che sono impresse nel nostro patrimonio genetico, più che un prodotto cinematografico di particolare spessore.


I ponti di Sarajevo
Il trailer internazionale del film - HD


  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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