I più grandi di tutti Recensione

Titolo originale: I più grandi di tutti

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I più grandi di tutti - la recensione del film di Carlo Virzì

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I più grandi di tutti - la recensione del film di Carlo Virzì


Chi l'ha detto che scrivere un libro oppure girare un film sulla nostra vita sia sinonimo di scarsa fantasia o di fastidioso delirio di onnipotenza? Premesso che ogni forma d’arte in cui ci esprimiamo parla di noi, l'autobiografismo non è da considerarsi sempre un male, soprattutto se a sostituire l'autocelebrazione e la nostalgia intervengono un certo umorismo dissacrante e un po' di sana - e mordace - autocritica.

Succede ne I più grandi di tutti di Carlo Virzì, che dopo il timido e forse incompreso esordio de L'estate del mio primo bacio, si lancia nell'esplorazione di un universo che conosce bene: quello delle rockband non certo mainstream che negli anni 90 popolavano la scena musicale del Livornese. In questo mondo bizzarro c'e posto anche per i Pluto: quattro ruspanti fannulloni troppo poco "fatti" per essere artisti maledetti e non sufficientemente intelligenti da passare alla storia come geni incompresi.
Non c'è retorica né mistificazione nel racconto delle loro gesta, ma solo una divertente frizione fra una presunta aura da icone (visibile solo al giornalista che li contatta per una lunga intervista) e il fatto che, semplicemente, non hanno più nulla da dire.
Ci sono sembrati fantastici questi sgangherati musicisti che prendono il nome non da una divinità marina ma dal cane della nonna della bassista. Intrappolati nella monotonia di un lavoro che potrebbe diventare precario o in un'esistenza borghese in un villino liberty, fanno quasi tenerezza.
Colui che li ha creati, e che affettuosamente li chiama "i miei 4 soliti ignoti rocchettari", li tratta con affetto senza compiangerli mai, e questo perché - per fortuna - I più grandi di tutti non è propriamente un film sul tempo che scorre. La vita - sembra dirci Virzì - è fatta invece di fasi ben determinate, e il passato, a volte, è meglio chiuderlo in una scatola, senza domandarsi i perché delle scelte e dei passi falsi. E' questa la felice morale della favola. E ci piace.

Ci piace anche l'interpretazione di Alessandro Roja, pigro e indolente nella sua bonaria rassegnazione e dimesso nella sua tuta bordò lontana anni luce dagli abiti del Dandy di Romanzo Criminale.
Una nota di merito, infine, va ai testi delle canzoni dei Pluto, la cui perfezione può essere esemplificata da questi versi totalmente privi di senso: "Per viaggiare ci vuole milioni, non c'è nessuno che va via".




Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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