I Mercenari 3: la recensione del terzo Expendables di Stallone

22 agosto 2014
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La storia è divertente e ben calibrata sui numerosi protagonisti, ma l'azione non sazia.

I Mercenari 3: la recensione del terzo Expendables di Stallone

Meno parodia del secondo, più guerra del primo.
Sylvester Stallone calibra le risorse a disposizione per equilibrare meglio storia, esplosioni e carisma delle anziane action star. L’ironia generale e individuale (il personaggio di Wesley Snipes arriva da un periodo di detenzione per frode fiscale, proprio come lui) continua ad essere un muro portante per tutto il progetto. Come nei precedenti episodi, ci sono tanti sottotesti nei dialoghi che sono autoreferenziali a cominciare dalle stelle degli anni 80 (sempre più) sul viale del tramonto, il confronto con le nuove generazioni di (attori) mercenari, la tecnologia contro l’artigianato. Quando, però, si imbracciano le armi, i coltelli, le granate, a quel punto si fa sul serio. Almeno secondo le intenzioni.

Allora avendo una squadra di una dozzina di mercenari nella fittizia nazione dell’Izmenistan, che si riduce ad essere un edificio sventrato nel mezzo del nulla, impegnata contro un esercito di comparse in assetto di guerra, I mercenari 3 non affonda il pedale come dovrebbe. L’azione c’è, seppur non memorabile, discretamente diretta dal 36enne australiano Patrick Hughes, ma siamo lontani dalla sequenze cruente che sono l’orgoglio dei film di trent'anni fa. A tratti sembra di guardare un videogame sparatutto in modalità multiplayer in cui non si vede una goccia di sangue, nonostante la consistente quantità di morti ammazzati. L'incubo dell'effetto cartoon ogni tanto affiora, se il realismo cercato dagli intenti constrasta con la quasi totale invulnerabilità dei mercenari. La nostalgia in questo senso assume contorni di rimpianto più che rievocativi.

Il primo film aveva gettato le giuste basi di rudezza, eppure il rovescio della medaglia di questa serie di film, che è proprio quello di mantenere eccessivamente il fuoco sull’autocelebrazione dei singoli attori, pare stia prendendo il sopravvento. Ognuno ha le proprie scene madri e qui bisogna riconoscere che la spartizione dei minuti tra i tanti protagonisti è ben bilanciata e non provoca sfilacciamenti alla trama. Stallone ne resta il leader, ma Antonio Banderas ruba la scena più di una volta ai colleghi con il suo logorroico personaggio. È vero anche che vedere Harrison Ford (che rimpiazza il vuoto lasciato da Bruce Willis) pilotare un elicottero dal quale Schwarzenegger spara con la mitragliatrice, provoca qualche fibrillazione emotiva tra il ridicolo e il fantastico che non ha prezzo. Così come vedere Stallone e Mel Gibson fare a botte a mani nude. Onestamente, se vecchiaia deve essere, questo è un buon modo di viversela. Con tutte le contraddizioni che rendono una vita (cinematografica e non) significativa.





  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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