I bambini di Cold Rock - la recensione dell'horror con Jessica Biel

20 settembre 2012
2.5 di 5

Il regista del disturbante Martyrs propone un thriller meno estremo ma ambizioso nei contenuti.

I bambini di Cold Rock - la recensione dell'horror con Jessica Biel

La cittadina montana di Cold Rock, già messa in ginocchio dalla chiusura della miniera che era fonte di sostentamento per la scarsa popolazione, è da tempo maledetta dalla quasi sistematica sparizione di bambini. In quest'atmosfera di cupezza, disperazione e orrore, l'infermiera Julia Denning porta avanti la missione del suo defunto marito medico, curando gli abitanti come può. Incurante delle leggende su un "Uomo alto" che rapisce i piccoli, dovrà affrontare la realtà quando suo figlio le sarà portato via.

Non tutti sono riusciti ad affrontare il precedente estremo lavoro del regista francese Pascal Laugier, Martyrs, che nel 2008 ha svegliato il pubblico assopito dagli horror commerciali contemporanei con una robusta dose di violenza visiva. Per il suo debutto internazionale con un'attrice hollywoodiana come Jessica Biel, Laugier ha preferito cambiare direzione e puntare a un thriller non estremo visivamente ma non poco ambizioso. Mantenendoci sul generico per evitare imperdonabili spoiler, scriviamo che il regista (autore anche del copione) imposta la prima parte del film su un'atmosfera da horror, razionalizzandola poi con una svolta dal contenuto sociale, ponendo in modo esplicito allo spettatore una domanda provocatoria sul piano etico. Se dovessimo fare solo un processo alle intenzioni, la via scelta sarebbe da premiare senza remore: il cuore pulsante morale in un horror è una delle più belle qualità.

Capovolgere il gotico in realistico è però una strategia efficace solo se il realistico è a prova di bomba e plausibile, altrimenti si perde l'effetto cercato, la significativa vertigine del contrasto, e purtroppo lo scioglimento a cui approda l'autore suona più improbabile di una storia sovrannaturale. La volontà di stupire a tutti i costi di Laugier funziona più nella prima metà, quando una classica storia di genere procede a una disorientante velocità e rende difficile prevederne gli sviluppi. Il gioco funziona finché manipola stereotipi e scene di suspense tipiche, ma diventa una corsa in discesa senza freni quando si vuole alzare la posta del significato e del messaggio.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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