I Am Not Your Negro Recensione

Titolo originale: I Am Not Your Negro

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I Am Not Your Negro: recensione del documentario candidato al premio Oscar 2017

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I Am Not Your Negro: recensione del documentario candidato al premio Oscar 2017

C'è un libro bellissimo che si chiama "Tra me e il mondo", scritto da un autore afroamericano di nome Ta-Nehisi Coates (pubblicato in Italia da Codice Edizioni). Un libro che è l'appassionata e travolgente lettera al figlio di un padre che teme per lui, e che ripercorre la storia della questione razziale negli Stati Uniti e le sue esperienze di nero nella società statunitense. Un libro di grande importanza storica e teorica, ma anche scritto magnificamente, tanto che non riesci a staccartene.
A ispirare Coates per "Tra me e il mondo" era stata la lettura di un altro saggio sullo stesso tema in forma epistolare: "La prossima volta- Il fuoco: due lettere", firmato più di cinquanta anni prima, nel 1963, da un altro importante autore e pensatore nero: James Baldwin.

Non sorprende allora che I Am Not Your Negro, il documentario di Raoul Peck che affronta le questioni spinose e attualissime dell'identità nera e della questione razziale negli States sulla base di un progetto incompiuto di Baldwin - "Remember This House", libro che voleva trattare quei temi a partire dalle vite e dalle morti violente di Malcom X, Martin Luther King Jr. e Medgar Evers - può essere considerato come una prosecuzione, o meglio un antesignano, del testo di Coates.
Se perfino Toni Morrison ha scritto che Coates ha riempito il vuoto intellettuale lasciato dalla morte di Baldwin, si capisce come e quanto i testi dei due autori abbiano in comune, e di conseguenza come il documentario di Peck sia legato a doppio filo a entrambi.

Tutto raccontato attraverso la voce narrante di Samuel L. Jackson che legge brani delle poche pagine di "Remember This House", e completato da interviste e spezzoni televisivi di repertorio, con le immagini di tanti film hollywoodiani a fare da coro e controcanto e contrappunto tristemente ironico alle parole di Baldwin, I Am Not Your Negro riesce a essere tante cose assieme.
Un documento, un manifesto, una lezione di storia, di etica e di pensiero; ma anche il ritratto di una mente acutissima, e di un narratore straordinario, capace di leggere la storia e il suo tempo con grande lucidità e di usare un linguaggio innovativo, empatico e chiarissimo per comunicare il suo pensiero.
Anche in questo senso, Coates è davvero il suo erede.

Anche se non si è neri, né americani (anche se, va detto, americani lo siamo un po' tutti, per via dell'egemonia culturale degli Stati Uniti), è impossibile non lasciarsi trascinare dalla prosa e dalla dialettica di Baldwin. Difficile, anche, trovare delle falle nel suo pensiero: un pensiero che - adottando una estrema e riduttiva semplificazione, di cui mi perdonerete - si basa sull'analisi degli schemi mentali, sociali ed economici che hanno reso e rendono le differenze razziali così sensibili negli Stati Uniti, e le modalità che neri e (soprattutto, purtroppo) bianchi avrebbero a loro disposizione per rompere e ribaltare questi schemi.
Ed è un dolore vedere come, cinquanta anni dopo, Coates riprenda le stesse tesi di Baldwin, arrivando però a una conclusione più amara di quella del suo predecessore: se infatti Baldwin, nonostante gli assassinii dei suoi amici e delle sue speranze, credeva possibile la distruzione della supremazia bianca, per Coates questa è un dato immutabile: contro cui lottare, certo, ma senza vera speranza di cambiamento.

Peck mette la sua regia totalmente al servizio delle parole e del pensiero di Baldwin, ricalcandole la capacità dialettica e affabulatoria: ma il modo in cui accompagna il testo con le immagini è solo in apparenza un pigro esperimento di compilazione cinematografica. Perché se è vero, come Baldwin sosteneva, che Hollywood è sempre stata funzionale al mantenimento della supremazia bianca, e al disinnesco delle paure dei bianchi nei confronti dei neri, e se è vero che, di fronte alla complessità e alla difficoltà della realtà, l'entertainment diventa per il suo spettatore in fuga un corrispettivo delle sostanze stupefacenti, Peck riesce a slegarsi da entrambe queste incombenze.

Non solo I Am Not Your Negro non è funzionale a nulla se non al racconto e al pensiero, ma è anche un prodotto di entertainment che, invece di garantire fuga, aiuta a decodificare e comprendere meglio la complessità del mondo in cui viviamo.
Dandoci così la possibilità di renderlo, forse, migliore.

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