Hugo Cabret - la recensione del film di Martin Scorsese

30 gennaio 2012
2.5 di 5
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Lo zio Marty, questa volta, veste i panni del nonno. Mette da parte il tradizionale armamentario e trova nel libro di Brian Selznik la storia giusta per mantenere un unico, fondamentale appiglio al suo essere registico: quello della passione cinefila



Lo zio Marty, questa volta, veste i panni del nonno.
Mette da parte il tradizionale armamentario e trova nel libro a metà tra graphic novel e romanzo tradizionale di Brian Selznik la storia giusta per mantenere un unico, fondamentale e ingombrante appiglio al suo essere registico: quello della passione cinefila, della missione dedicata alla riscoperta e alla conservazione (fisica e spirituale) del cinema e della sua storia.

Non è un segreto per nessuno, infatti, che l’odissea dell’orfano Hugo Cabret, personaggio quasi dickensiano votato alla regolazione e all’aggiustamento dei meccanismi tecnologici e umani, si vada nell’omonima opera scorsesiana a intrecciare con la parabola di George Méliés, e che dentro e fuori dal film la parola d’ordine sia riscoprire il cinema del francese e il suo tutt’ora intatto potenziale magico e stupefacente.
Ed è evidente che Scorsese pieghi le più moderne e raffinate tecnologie digitali e stereoscopiche ad un volere (il suo) quasi anti-moderno, tutto teso a dimostrare come la tecnica, ieri come oggi, sia comunque votata ad un obiettivo rimasto immutato nei decenni.

Ma proprio in quest’ossessione, paradossalmente, risiede uno dei limiti maggiori di
Hugo Cabret.
Da un lato perché nulla di quanto pur mirabilmente girato qui da Scorsese può essere paragonato a quanto invece realizzato da Méliés e montato nel film, facendo risultare fin troppo impietoso il confronto. Dall’altra perché – a dispetto delle numerosissime ed implicite citazioni, delle metafore più o meno sottili della stazione ferroviaria (della vita) come enorme sala cinematografica all’interno della quale va in scena uno spettacolo – la cinefilia raccontata da Scorsese appare quasi for dummies.
Insistita, sottolineata, sbandierata ad uso e consumo di un pubblico che il regista ritiene evidentemente ignorante, per dato anagrafico o nazionale. Perché, ancora una volta, di fronte alla Vecchia Europa anche i più illuminati degli intellettuali d’oltreoceano mostrano di farsi abbagliare dal peso della Storia. Persino da quella del Cinema, che dovrebbe essere tanto “loro” quanto “nostra”.

Come per la figura iconica e centrale dell’automa (un po’ inquietante) che campeggia muto come un moloch al centro del racconto,
Hugo Cabret è un film la cui tensione dicotomica maggiore è quella tra la precisione del meccanismo, dalla passione fredda legata alla sua realizzazione e alla sua osservazione, e quel cuore (emotivo e metaforico) di cui è privo e che gli è indispensabile per poter perfino iniziare a funzionare.
Per quanto strano suoni che un cantore dell’irregolarità come Scorsese metta in bocca ai suoi piccoli protagonisti parole legate all’impossibilità che qualcosa non rientri nel progetto del grande meccanismo della vita, è innegabile che sia quello, il meccanismo (cioè la tecnica, il virtuosismo, lo sfarzo scenografico), il grande punto di forza del film.
Altrettanto innegabile, però, è che laddove serviva il cuore, la passione per il racconto, per i personaggi, Scorsese fallisce come non ci si aspetta da un regista del suo calibro. Con la goffaggine di un nonno che solo oggi, dopo tanti anni, deve raccontare per la prima volta una storia ai suoi nipoti.

Immedesimandosi, forse inconsciamente, nel Méliés che racconta, Scorsese diventa aspro e sfuggente come lui, lasciando solo che il personaggio di Chloe Moretz (non a caso la meno cinefila, e la più legata alla storia per via della sua passione per la lettura) emerga da un bidimensionalismo retorico e ripetitivo.
E quindi
(ATTENTI ALLO SPOILER)
che il famoso automa, una volta in funzione, non tracci sul foglio un messaggio tanto atteso ma una sorta di locandina pubblicitaria, appare assai rivelatore.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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