High Life: la recensione del film di Claire Denis

06 agosto 2020
2.5 di 5

La regista francese porta Robert Pattinson nello spazio, regalandogli quello che a oggi è uno dei migliori ruoli della sua carriera. Intrigante per messa in scena e premesse High Life è anche vittima di eccessive ambizioni autoriali, incapaci di nascondere il vuoto sottostante.

High Life: la recensione del film di Claire Denis

Nella prima scena di High Life, l'astronauta Robert Pattinson sta effettuando una qualche riparazione all'esterno della nave spaziale che lo ospita. Il pianto improvviso di un neonato lo fa trasalire, e il martello che stava utilizzando gli sfugge di mano e precipita nel vuoto.
Questa scena, che Claire Denis vorrebbe chiaramente simbolica di un protagonista sconvolto e privato dei suoi strumenti più basilari di fronte alla paternità inattesa che ci verrà raccontata dopo, mi ha fatto sollevare il sopracciglio e una serie di dubbi di natura fisico-scientifica: nel vuoto cadrebbe davvero così, e così velocemente, un martello abbandonato a sé stesso? O, come ci hanno insegnato molti film spaziali recenti, fluttuerebbe più lentamente, dando il modo all'astronauta di afferrarlo nuovamente?

In genere detesto chi non è capace di sospensione dell'incredulità, e si aggrappa a dettagli di questo genere per valutare un film. E però ammetto che in questo caso quella scena ha gettato su tutto il film un'ombra strana, il dubbio che tutta la messa in scena di High Life sia stata eccessivamente piegata dalla Denis alle sue esigenze contenutistiche.
Tanti, infatti, hanno sottolineato come High Life rappresenti l'esperimento in cui la regista francese ha voluto nobilitare con contenuti intellettuali, in grado di soddisfare il suo pubblico di riferimento, una confezione e un canovaccio vicini a quelli dei b-movie: la nave spaziale riempita di detenuti mandati ai confini della galassia come cavie, la natura animale dell'uomo che si esprime attraverso le pulsioni sessuali e la violenza fisica, il buco nero dentro al quale è destinata ad andare a finire (o è già finita) la morale umana.

La prima parte del film, quando temi e personaggi e accavallamenti temporali non si affastellano troppo, e tutti insieme, funziona bene. E lo fa anche grazie a Robert Pattinson, attore che non ho mai amato ma che qui per la prima volta mi è sembrato non solo in parte fisicamente, ma anche nei modi e nei toni che utilizza per raccontare il suo personaggio e la sua avventura. E fino alla fine High Life mantiene un'eleganza rigorosa nella forma (grazie anche alla bellissima fotografia di Yorick Le Saux) che la Denis non fa sbavare quasi mai.
Ma come, per me, quel martello cade nel vuoto troppo velocemente e troppo pretestuosamente, allo stesso modo più la Denis tende a far venire al pettine i nodi intellettuali del suo film, rinunciando a mistero ed astrazione, e a dinamiche quasi puramente di genere, più High Life rivela ambizioni eccessive tradotte quasi sempre in modalità di racconto art house, e una voglia di andare a provocare il pubblico intellò con scene magari crude, ma sempre ammantate di un'estetica che pare voler costantemente sottolineare una distanza col genere puro.

Il modello, spesso e volentieri, è quello di Tarkovskij, ma l'impressione è che Denis in questo caso abbia mirato troppo in alto, mescolando alle allusioni a Solaris e Stalker le ossessioni tipiche del suo cinema: su tutte, quella della convivenza e della compenetrazione con l'altro, di un'umanità che si sfrutta e cannibalizza e si destina all'annichilimento totale (altro che riproduzione, qui c'è solo involuzione ed estinzione). Prendensosi sempre, tanto, troppo sul serio, senza mai un briciolo d'ironia o di reale irriverenza, e costruendo personaggi - Pattinson a parte - piatti e fastidiosi.
Come quello affidato a una Juliette Binoche generosa ma un po' inadatta al ruolo della scienziata/sacerdotessa/virago spaziale dedita a orgasmi solitari e al culto dello sperma e della riproduzione, protagonista di scene (come quelle dell'oramai citatissima fuck box) destinata a perturbare solo il pubblico più salottiero e perbenista.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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