Hesher - la recensione del film con Joseph Gordon-Levitt

01 febbraio 2012
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Nei cartoni animati di una volta, quando il protagonista di trovava di fronte al bivio di una decisione ardua, o ambigua, spesso apparivano a consigliarlo un angioletto e un diavoletto. A T.J. appare solo il secondo.


Nei cartoni animati di una volta, quando il protagonista di trovava di fronte al bivio di una decisione ardua, o ambigua, spesso apparivano a consigliarlo un angioletto e un diavoletto.
In Hesher è stato qui, invece, a T.J., un 13enne che dopo la morte della mamma in un incidente d’auto ha tirato il freno a mano e non sa più bene come proseguire sulla strada della vita, appare solo il secondo.
Un diavoletto che ha le fattezze e i modi ruvidi e spicci di un metallaro piromane e nichilista, che si piazza in casa sua tra l’indifferenza del padre depresso e la candida curiosità della nonna anziana e malata. Che non lo consiglia né lo spinge a fare nulla, ma che lo tratta con aggressiva indifferenza o con sardonica provocatorietà.
Eppure, ecco che tra indifferenze, provocazioni e grandi delusioni, il metallaro Hesher riesce a far uscire T.J. e suo padre dall’impasse esistenziale in cui erano impantanati.

Certo, lo fa nella maniera più sfacciata e ovvia, ribadita anche in un finale un po' retorico che sa eccessivamente di spiegone ad uso e consumo dei più ottusi.

Ma il ruolo scardinante che assume il personaggio di un inedito Joseph Gordon-Levitt non è certo quello derivante dal raccontare storielle bizzare e volgari, “metafore perverse” di chissà che cosa: lo è, invece, per via di dinamiche tanto più sottili quanto più sfacciate.
Perché l’ovvia banalità legata al concetto di “seppellisci i morti, pensa ai vivi” sarebbe davvero inutilmente sfacciata se Hesher non portasse con sé il valore paradossalmente costruttivo della rabbia, dello sfregio e della ribellione. E ricordare, oggi, che per costruire bisogna a volte prima distruggere, non è un’ovvia banalità.

Affidandosi ad un gruppo d’attori in gran forma (non tanto Gordon-Levitt, quanto assai di più Rainn Wilson nei panni del padre di T.J. e il sorprendente Devin Brochu in quelli del giovanissimo protagonista) Spencer Susser, al suo esordio nel lungometraggio, si limita ad appoggiare una regia onesta e lineare, preoccupandosi solo di mantenere il personaggio che dà il titolo al suo film il più misterioso e solidamente evanescente possibile, tanto da insinuare inizialmente il dubbio che possa trattarsi di un’allucinazione, o di un amico immaginario.
Scelta interessante, non solo perché in grado di generare una sotterranea tensione, ma soprattutto perché simbolica della leggera e ambigua natura del film tutto, e della bolla sospesa nella quale agiscono costantemente i suoi protagonisti.

Come il personaggio che non è il cuore o lo sguardo - ché quelli sono giustamente e sensibilmente affidati al giovane T.J. - Hesher è stato qui è allora spigoloso e vacuo, nichilista e vitale, soprattutto (im)prevedivile e inesplicabile. Una scheggia di cinema che finge di non tenerci ma che, a suo modo, è capace di subitanee tenerezze e in grado di far del bene a chi guarda. Grazie anche a T.J., al suo dolore e alla sua finalmente rabbiosa maturazione ottenuta anche a forza di prender botte fisiche e morali.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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