Henry - la recensione del film di Alessandro Piva

02 marzo 2012
2.5 di 5

Parlando di Henry, molti hanno fatto il nome di Andrea Pazienza, per le sue assurde storie di droga e violenza, che l'artista pugliese, col suo feroce e spesso autolesionistico umorismo, raccontava in modo magistrale.


Parlando di Henry, molti hanno fatto il nome di Andrea Pazienza: non solo perché il ruolo dello sfortunato pusher, Spillo, è affidato a Max Mazzotta, uno degli interpreti di Paz!, ma per le sue assurde storie di droga e violenza, che l'artista pugliese, col suo feroce e spesso autolesionistico umorismo, raccontava in modo magistrale. Ma nonostante questo, Henry, con la sua intenzione di raccontare un'altra Roma rispetto a quella “dei papi e delle auto blu”, non ci avvince mai come le storie di Penthotal e Zanardi.

L'impressione prevalente è quella di un film arrivato troppo tardi, che ironizza alla Tarantino su un mondo in cui c'è ben poco da ridere, e dove l'assurdo rappresentato non arriva mai al livello reale di una città la cui movida notturna è popolata da scene e personaggi anche più trucidi, malvagi e stupidi. Nessuna rappresentazione di fiction, nemmeno un omicidio a colpi di souvenir del Colosseo, potrà ad esempio arrivare alle crudeli vette di assurdo della storia del pusher fissato coi botti, che la notte di Capodanno, in uno dei quartieri dello spaccio, si è fatto saltare in aria con un intero appartamento trasformato in una santabarbara.

In Henry c'è sempre uno sfasamento, forse voluto, tra i vari registri del film, che può distanziare lo spettatore e farlo rimanere indifferente alla sorte dei suoi protagonisti. I toni e gli elementi narrativi non si incontrano mai veramente, ma si sovrappongono in modo discordante: il surreale e l'iperreale, i dialoghi tra i due poliziotti, quelli tra l'ispettore e la sua (fastidiosa) compagna vegana, i monologhi dei vari personaggi presi dal libro di Mastrangelo, le scene coi pusher nigeriani e coi “cognati di Civitavecchia”, si accumulano disordinatamente fino allo showdown. Anche la violenza appare vuota rappresentazione di se stessa, a differenza di quella vista in altri film europei, ambientati in un analogo mondo notturno e parallelo.

E se alcuni personaggi, come il killer di Dino Abbrescia e il camorrista di Alfonso Santagata, entrambi bravi caratteristi, sfiorano la caricatura, ce ne sono altri straordinariamente “veri”, come il poliziotto cocainomane di Paolo Sassanelli e il tossico bastardo e carogna di Pietro De Silva, che non a caso rubano la scena ai colleghi.

A volte dispiace non riuscire ad amare un film di cui si intuiscono le buone intenzioni, e che ha alle spalle un regista capace. Soprattutto quando questi sceglie – o è costretto a farlo - la strada non certo comoda del basso budget e del cinema di genere, proprio quello che vorremmo vedere più spesso sui nostri schermi. Ma, al di là delle nostre personali considerazioni critiche, Henry - come dimostra il premio del pubblico vinto al festival di Torino - possiede sicuramente un suo appeal. E con tutta la carne che mette generosamente al fuoco in poco più di 80 minuti di durata, era forse inevitabile che qualche pezzo finisse per bruciarsi.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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