Hancock - la recensione del film con Will Smith e Charlize Theron

12 settembre 2008

Diretto da Peter Berg, il regista di film come Cose molto cattive ed il recente The Kingdom, sbarca nelle nostre sale Hancock. Protagonista del film Will Smith nei panni di un supereroe davvero insolito: indolente, ubriacone, scontroso e scorbutico. Tanto da necessitare dell'intervento di un PR per migliorare la sua immagine pubblica. ...

Hancock - la recensione del film con Will Smith e Charlize Theron

Hancock - la recensione

I supereroi classici, pur con tutti i loro superproblemi, nascevano in anni di crisi e di tensione, ma rappresentavano comunque dei riferimenti solidi, dei modelli su cui contare. Oggi invece i supereroi sono dei fastidi, personaggi che fanno più male che bene ad una comunità che li sopporta a fatica. Segno dei tempi. La crisi che viviamo sulla nostra pelle tocca anche chi non muore mai, può volare e non invecchia, come Hancock.

Lo spunto da cui parte il film diretto da Peter Berg è interessante e non banale: peccato che però venga declinato in maniera progressivamente più ambigua, sia per quanto riguarda l’aspetto narrativo e drammaturgiche che per quello più propriamente ideologico. Parte infatti come una commedia pura e semplice, Hancock, ma si sviluppa tirando in ballo drammaticità e massimi sistemi: e se Berg è agile ed efficace quando i toni sono leggeri o puramente spettacolari, non riesce ad essere realmente incisivo quanto punta alla profondità e alla drammaticità di situazioni e psicologie. Poco male, verrebbe da dire, il film nel complesso gira comunque, ben supportato da un Will Smith in forma, da una Charlize Theron radiosa e da un Jason Bateman funzionalmente sotto le righe. E, nonostante alcune pesantezze nella parte finale, un risultato sufficiente a casa lo porta anche.

Lo porta o lo porterebbe, a seconda di quanto peso si dà alle ambiguità più gravi che Hancock si porta dietro, quelle legate ad una doppia serie di letture ideologiche. Il personaggio interpretato da Will Smith pare infatti essere da un lato esplicita metafora della politica estera bushiana, dall’altro un manifestino promozionale per Scientology, la setta di cui anche Smith pare essere entrato a far parte. Un eroe che s’impegna suo malgrado per il bene comune (?) ma che agisce in maniera goffa, con il risultato di fare più danni che altro e che di conseguenza viene attaccato e detestato dall’opinione pubblica pare infatti richiamare il ruolo che gli States si sono ritagliati sullo scenario internazionale nel post 11/9. E se il film di Berg pare suggerire una revisione dei modi d’intervento dell’America nel mondo, allo stesso tempo ne riafferma una superiorità morale ed ontologica che appare assai anacronistica ed eccessivamente patriottica. In più, tanto parlare nel film di divinità (forse aliene), di poteri, di potenzialità nascoste, sembra veramente figlio di una volontà promozionale a favore del culto di Hubbard che lascia un po’ interdetti. Peccato.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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