Good Kill - la recensione del film di Andrew Niccol con Ethan Hawke e January Jones

05 settembre 2014
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Un perfetto e depresso Top Gun del Terzo Millennio, specchiodegli anni cupi che viviamo.

Good Kill - la recensione del film di Andrew Niccol con Ethan Hawke e January Jones

Oggi Maverick non fa più lo spavaldo a bordo di un F-14 Tomcat. Oggi Maverick si chiama Tommy, e non vola più, né su un F-14 né su F-16, bloccato dentro un container in una base nei pressi di Las Vegas da dove pilota droni impegnati nella guerra al terrorismo. In quella guerra al terrorismo che sembra non finire mai, che non ha confini, virtualizzata anche per quanto riguarda le sue regole.

Good Kill è un perfetto e depresso Top Gun del Terzo Millennio, imbevuto fino al midollo di quella cupezza di fondo e di quell'illusione di riscatto che strisciano nell'inconscio statunitense e mondiale, perfetto rappresentante di un crisi morale e interiore sempre dolorosamente implosa di fronte alle sfide e ai dilemmi che la confusione geopolitica ed etica del mondo pone giorno dopo giorno.

Il Maverick dei nostri giorni ha poco da fare lo sbruffone, ché l'edonismo reaganiano non ha più terreno fertile: viene anzi mortificato in una guerra che lo mette al sicuro da ogni rischio, che gli permette di tornare alla sera da una moglie e da dei figli che però non riesce più a guardare in faccia e ad amare. Tommy soffre la sua condizione, il suo è un tormento profondo e esistenziale: ma sa di non avere vie d'uscita, e viene portato al limite quando lo stress legato al suo lavoro, e ai chiaroscuri morali che già comporta, esplode con l'entrata in scena di un'intelligence che gli impone di non aver più alcun riguardo per la sua coscienza e per i "danni collaterali" del suo operato.

Cosciente di un cambiamento di tono e di realtà tutto compresso nel passaggio da Giorgio Moroder e Kenny Loggins ai National, Andrew Niccol gira un film asettico come gli schermi di controllo dei droni, che non si sporca le mani, che si limita a banali paralleli tra le visioni aeree dell'Afghanistan a quelle di Las Vegas (non a caso paradiso del virtuale) e del deserto del Nevada. E in tutto questo, non ha il coraggio né di essere pessimista fino in fondo, raccontando il collasso di un personaggio sotto il peso delle sue azioni, né di abbracciare una retorica magari gioiosa, militarista e patriottica, ma perlomeno più eccitante per il cinema.

Invece, si ferma nel mezzo, facendo di Tommy un cowboy redento, un cavaliere che cavalca solitario verso l'orizzonte tenendo alto il suo onore, l'emblema di un individualismo che però, oggi, è oramai impossibile. Schiacciato dal peso della responsabilità, Tommy si ribella troppo tardi, e troppo sommessamente, con un gesto di protesta utile solo e soltanto ad alleviare in maniera ipocrita il peso che porta sulla coscienza, sapendo che dopo di lui tutto continuerà come prima, esattamente come un matrimonio finito che non ha nemmeno il coraggio di sporcare di vita vera e nuova con una storia possibile.

Così facendo, Good Kill risulta peggio di quel avrebbe potuto essere: un film che maschera sotto la fredda osservazione prima e il colpo di testa western di chi fa fuori solo i cattivi poi un'ignavia che lo rende sempre moralmente, politicamente ambiguo e cinematograficamente anemico.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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