Godzilla - la recensione del film di Gareth Edwards

14 maggio 2014
3.5 di 5
1

Un blockbuster controcorrente e spettacolare, plumbeo e sinusoidale che parla di uomini e dèi

Godzilla - la recensione del film di Gareth Edwards

C'è Godzilla, gigantesco, minaccioso, magnetico.
Ci sono i Muto, terribili e arcaici rivali.
Ma a irrompere e dirompere dallo schermo più di ogni altra cosa, nel film di Gareth Edwards, sono i volti e gli sguardi dei bambini. Perché Godzilla è un kaiju riga, un monster movie di padri (e madri) e di figli. Figli che guardano con stupore e sbigottimento al mondo che i genitori stanno lasciando loro in eredità; figli soli e in attesa di ritrovare i loro cari; figli che cercano risposte, che vogliono capire. Padri, e madri, che lottano per correggere i propri errori, per colmare le loro lacune, per difendere le eredità buone e cercare di cambiare quanto è storto e sbagliato: per dare ai loro figli un futuro, rispettando e ristabilendo un ordine naturale sovvertito da omissioni, menzogne, interessi, presunzioni.

E ancora, Godzilla, blockbuster controcorrente eppure coerentissimo rispetto all'ideale spettacolare che non può non incarnare, film d'azione fatto di attese costanti e movimenti interrotti, di un ritmo lento e sinusoidale, parla dell'ordine naturale delle cose, e del predatore alfa capace di ristabilire l'equilibrio spezzato dall'uomo. Un predatore che non è un cattivo né una minaccia ma, semplicemente, il vertice di una catena alimentare.

C'è grande coerenza nel disegno complessivo di Edwards, che cala uomini e donne, padri e figli, di nuovo e necessariamente all'interno di quell'ordine naturale che li riporta alla consapevolezza del loro ruolo nel mondo e nel nucleo familiare, sbattendogli in faccia brutalmente, mostruosamente, le loro ossessioni più private e profonde.

Plumbeo e notturno in maniera quasi nolaniana, Godzilla lavora ai fianchi lo spettatore giocando con le attese e i sentimenti, lasciando che l'azione esploda solo progressivamente, e che perfino il suo leggendario protagonista entri in scena per ultimo, dopo gli umani e dopo i suoi rivali, i terribili Muto. E quando Godzilla la fa, la sua dirompente entrata in scena, l'ammiccare pop, divertito ma mai sfacciato, va sempre a braccetto con l'inquietudine da un lato e con la compassione (animale, naturale, e quindi umana) suscitata nel bestione e dal bestione.

Dal 1954 ad oggi, alla fine, non è cambiato gran ché: le ossessioni e le paure sono sempre le stesse. La catastrofe allora era avvenuta, oggi forse anche, diversa, ma comunque è imminente. Il mondo va ricostruito, a partire dalle macerie lasciate dai mostri che hanno devastato città e persone: mostri umani prima di tutto.
O forse è cambiato molto: perché Godzilla non emerge più dalle profondità pacifiche per vendicarsi, ma per fare da arbitro, da Dio severo ma giusto capace di ristabilire un ordine. Un ordine nel quale i padri (non eroi, ma uomini capaci di guardare in faccia il passato e il mostruoso che ha generato) possano riabbracciare i figli e dare loro una speranza per il domani. Perché, come recita una foto molto condivista sui social di tutto il mondo, "Happiness is submitting to God/Zilla."





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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