Godland - Nella terra di Dio: la recensione del film islandese

03 gennaio 2023
3.5 di 5
4

Hlynur Pálmason, regista di A White, White Day - Segreti nella nebbia, torna con un film ambizioso e a tratti maestoso, che racconta di una sconfitta umana di fronte alla magnificente potenza della natura, ma anche del carattere di un paese e del suo passato coloniale.

Godland - Nella terra di Dio: la recensione del film islandese

Il grande fallimento di Lucas, il giovane prete danese protagonista di Godland, non è quello relativo alla sua missione evangelica, lui che doveva stabilirsi in un piccolo villaggio islandese e lì costruire una piccola chiesa, e diventare pastore di quello sparuto gruppo di anime che lo abita. Non è nemmeno quello personale, relativo ai dubbi che lo assalgono relativamente alla sua stessa fede, e all’amore che nasce con una giovane del villaggio.
Il grande fallimento raccontato da Hlynur Pálmason in questo suo film che fa seguito ai successi di A White, White Day - Segreti nella nebbia (vincitore tra l'altro del TFF qualche anno fa) è un fallimento per così dire fotografico. Perché Godland, che come ci racconta una didascalia iniziale nasce ispirato dal ritrovamento del corpo di un prete danese alla fine dell’Ottocento, che al collo aveva sette lastre fotografiche, racconta la storia di un personaggio che vede come parte integrante, anzi fondamentale della sua missione quella di documentare con le immagini le persone che gli si parano di fronte. Fotografare, quindi, allo scopo di conoscere, e raccontare.
Ma Lucas, che lungo le due ore e venti di racconto del film vedrà sempre più la pesante e ingombrante attrezzatura fotografica che si porta appresso come un fardello, non riuscirà mai a conoscere davvero nulla di quella terra di Dio, che però, da titolo originale (doppio e speculare), in danese e in Islandese, è in realtà una terra malformata.

Un fallimento che è paradossale, considerando invece, al contrario, la straordinaria capacità che Pálmason dimostra, in questo film, di fotografare e di raccontare un paese, la sua storia (il passato coloniale, in particolare, ovviamente), i suoi abitanti, i loro caratteri.
La differenza, verrebbe da dire, sta tutta nell’approccio e nell’intenzione, più che nel punto di vista, che da certi versi è analogo. Lucas parte alla volta dell’Islanda non solo impreparato, ma carico di una sorta di timida arroganza coloniale, prima ancora che evangelica. Per questo sceglie di approdare lontano dal villaggio che è la sua destinazione, allo scopo di attraversare luoghi e incontrare persone, scontrandosi invece con l’assenza di popolazione, una natura selvaggia e ostile, e con un viaggio che quasi gli costa la vita.
Pálmason, al contrario, sa di cosa parla con le sue immagini, e rimane sempre al servizio di ciò che fotografa, riconoscendone non solo la magnificenza, e la potenza, ma l’assoluta superiorità. Una superiorità che si manifesta anche e soprattutto nei confronti dell’uomo, e che si esprime visivamente, con esiti meravigliosi, attraverso la rappresentazione di eruzioni e decomposizioni.

Anche per questo, ma non solo per questo, nella sua prima parte, la parte che racconta il difficoltoso e quasi mortale viaggio di Lucas, Godland porta alla mente il cinema di Werner Herzog.
C’è però una differenza fondamentale: laddove, anche e soprattutto nel fallimento, il tedesco celebra un superomismo che s’illude di poter aver la meglio sulla Natura, Pálmason racconta una sconfitta annunciata, incarnata in un personaggio caratterialmente e fisicamente, fisiognomicamente destinato alla pavidità e alla sconfitta. Evidenti fin dal primo confronto con l’uomo - islandese - che sarà la sua guida e la sua sfida, il Ragnar interpretato dal bravissimo Ingvar Eggert Sigurðsson.
E allora la rassegnazione, o la consapevolezza, in un certo senso, si fa quasi malikiana.

C’è poi, anche, ovviamente, il western. Sia nel viaggio verso la frontiera, che nella fase successiva, quella dell’insediamento nel villaggio, della costruzione della chiesa, dei primi conflitti e dei flirt accennati, della perdita totale di riferimenti e certezze e della citazione di Sfida infernale e di I cancelli del cielo.
Ma se nel western classico, americano, la Natura, per quanto ostile, è alla fine dei conti sempre scenario, dominato inevitabilmente dall’uomo e dalla sua (in)civilizzazione, in Godland, nella terra malformata, gli uomini e le loro storie sono figurine transitorie, scenette di passaggio destinate a lasciare nessuna o poche tracce.
Tracce che invece lascia, negli occhi e nella mente, un film ambizioso e a tratti maestoso, di certo non per tutti i palati e tutti gli sguardi, la cui potenza è a malapena circoscritta dalle immagini in 4:3 che cercano di catturarla, e dai movimenti di macchina che cercano di imitarla, alternandosi ai piani fissi, agli sguardi in macchina, alle sequenze quasi sognanti, che sono al tempo stesso una sfida e una resa. Sfida nei confronti di chi guarda, resa in quelli di ciò che è guardato.

Godland - Nella terra di Dio
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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