Gli amanti passeggeri - la recensione del film di Pedro Almodovar

15 marzo 2013
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Tra rullaggio e decollo, si rimane un po’ sgomenti. Poi, tra tequila e cocktail alla mescalina, e sesso omo & etero, amori persi ed altri nascenti, capisci dove Almodovar voglia atterrare.

Gli amanti passeggeri - la recensione del film di Pedro Almodovar

Tra rullaggio e decollo, si rimane un po’ sgomenti.
Gli amanti passeggeri sembra una (brutta) versione spagnola della sit-com aeronautica Piloti, quella fatta di episodi brevissimi, di soli 5 minuti, con Max Tortora ed Enrico Bertolino che fanno (appunto) i piloti e Gisella Burinato e Jessica Polsky che fanno le hostess.
Certo è tutto molto più queer, molto più irriverente, molto più curato. Molto più divertente. Ma l’impressione rimane, persiste.

I tanti singoli sketch che compongono il nuovo film di Almodovar sono in generale divertenti, spesso molto divertenti. E più si tratta di cose frocie, più lo sono.
Però colpisce come sembri mancare l’amalgama, un quadro generale forte, una qualche struttura verticale che, oltre alla questione di un atterraggio di emergenza a lungo negato, tenga insieme e giustifichi, orienti la struttura frammentaria del film.
Poi, tra tequila e cocktail alla mescalina, e questioni di cazzi e pompini, amori persi ed altri nascenti, il fantasma della morte e la ultrasessuata esorcizzazione, ti metti a unire i puntini. E capisci dove Almodovar voglia atterrare.
Capisci perché il volo che è teatro delle vicende de Gli amanti passeggeri abbia come unica possibilità di salvezza la pista di un aeroporto fantasma, (in)utile cattedrale nel deserto nata dalla speculazione opportunista proprio di uno dei passeggeri.

Certo, c’entra la crisi, è ovvio. Una crisi che travalica il dato economico, che ha frantumato la realtà e le nostre certezze e non le ha ancora dato modo di costruirne di nuove.
Gli amanti passeggeri quindi, frantumato come il mondo in cui viviamo, racconta l’impasse, la difficoltà di trovare una direzione, indica ovviamente, e invita a una sacrosanta reazione dionisiaca ed edonica; ma, in secondo piano, indica anche un’altra strada.  Un’altra pista d’atterraggio che rappresenti la salvezza dall’emergenza, che ci riporti a terra per cominciare un nuovo volo, più stabile e sicuro.
E si tratta della pista nata dall’errore, di cui ci si deve riappropriare, assieme alla forza e alla voglia d’amare.

Con Gli amanti passeggeri, Almodovar ci richiama ad una leggerezza che non è noncuranza o egoismo, ma voglia e capacità di riappropriarsi, amorevolmente, di ciò che è nostro e ci è stato sottratto, di trasformare la minaccia di morte in possibilità di rinascita amorosa (e non), il torto in un vantaggio, di condividere con serenità ciò che di bello abbiamo.
Non è tanto, forse. Ma, guardando fuori dalla finestra, al panorama che ci circonda oggi, non appare nemmeno poco. E se lo si fa con il sorriso e regalando sorrisi, e con tanta irregolare sfrontatezza, il tutto è ancora più apprezzabile.
Perché se la commedia almodovariana degli anni Ottanta sentiva ancora alle spalle il fiato rancido del franchismo, oggi tutto quel che si può fare è sorridere, ignorare la paura e atterrare con gaia incoscienza verso il futuro. 
 

 

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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