Ghost Stories: la recensione dell'horror con Martin Freeman

19 aprile 2018
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Divertente, inquietante e pauroso, è un film costruito da Jeremy Dyson e Andy Nyman in modo esemplare, che riporta sullo schermo un genere che amiamo molto, al suo meglio.

Ghost Stories: la recensione dell'horror con Martin Freeman

"La mente vede ciò che vuol vedere", è il mantra ripetuto dal professor Philip Goodman, debunker di fenomeni paranormali, e che qualcun altro gli dirà alla fine, dando prova che non ha mai ascoltato proprio quello che ha sempre predicato. Philip è un uomo mediocre, egoista, insensibile, interessato solo al proprio misero ego e a perseguire ossessivamente la propria altrettanto unilaterale verità. Ma chi non sa ascoltare gli altri e guardare dentro se stesso è condannato a rendersi conto che i fantasmi esistono, sono reali e agghiaccianti e che qualcosa che sfugge alla nostra comprensione dimora molto più vicino a noi di quanto vorremmo pensare.

Non si può davvero rivelare nulla della trama di Ghost Stories (un film ad altissimo rischio spoiler) a parte quello che tutti sanno: un uomo che ha dedicato la sua vita a sbugiardare finti sensitivi viene contattato da un suo illustre collega, scomparso da tempo e creduto morto, che gli affida tre casi che non è riuscito a confutare e lo hanno indotto a ritirarsi dalle scene. Goodman (che, nonostante il nome, tanto un brav'uomo non è) riapre le indagini con tutto il suo carico di scetticismo e pregiudizi, e scoprirà qualcosa che non avrebbe mai immaginato. Dire di più sarebbe un peccato mortale, perché dopo aver visto questo film, essersi spaventati, aver riso, essere stati avvolti nella ragnatela costruita sapientemente dai suoi autori, si vorrà rivederlo, per cogliere tutti gli indizi e le tracce disseminate strada facendo in una perfetta costruzione a scatole cinesi.

In questo senso, addirittura, Ghost Stories è un film palindromo, che si può leggere in entrambi i sensi, e che è piacevole decostruire così come lo è stato abbandonarsi inconsapevoli alla sua perfetta costruzione durante la visione. Non possiamo che salutare con gioia l'arrivo al cinema di un film che - assieme a titoli pure molto diversi come Get Out e A Quiet Place - ci conferma una ritrovata e originale vena del cinema horror, capace di riportarlo sui gradini più alti della scala, da dove lo avevano scalzato decenni di remake, sequel e idee derivative a buon mercato. Fa piacere soprattutto il ritorno di veri e propri autori, a volte sostenuti da case di produzione illuminate come Blumhouse, altre finanziati in modo totalmente indipendente, con sceneggiature capaci di sviluppare un'idea centrale forte con una sapienza narrativa come da tempo non si vedeva nel genere.

Ed è sorprendente è che un film come Ghost Stories, così cinematografico e ricco di richiami ad altri pellicole (la struttura mutuata dai film a episodi degli anni Sessanta/Settanta della Amicus, ma con evidenti omaggi a Dario Argento, Val Lewton, Sam Raimi, e alle tante storie di parti mostruosi e infestazioni diaboliche che ai tempi d'oro dell'horror hanno spaventato milioni di spettatori) nasca come spettacolo teatrale, in scena dal 2010 al 2016, con enorme successo di pubblico, dall'Inghilterra all'Australia. Della pièce, chissà perché mai filmata, si sa solo che l'idea di partenza, a detta di Andy Nyman, coautore ed eccellente protagonista), era semplicissima: “Tre uomini su uno sgabello che raccontano storie agghiaccianti”.

Sempre Nyman afferma che lo spettacolo trasferiva il linguaggio cinematografico sulle tavolte del palcoscenico, e proprio per questo al momento di portarlo al cinema gli autori hanno deciso di farne un vero e proprio film. Dentro ci sono solo due riferimenti diretti al teatro, all'inizio e soprattutto alla fine, ma si tratta più che altro di rimandi al concetto di rappresentazione, perché questo Ghost Stories è a tutti gli effetti un'opera cinematografica, che affonda a piene mani nella tradizione tipicamente britannica delle storie di fantasmi, nei racconti di autori come M. R. James, Harry James, William Hope Hogdson, e di tutti i cosiddetti indagatori dell'incubo progenitori del nostro Dylan Dog.

Brughiere, coste sferzate dal vento, foreste, roulotte, case “infestate” e un manicomio lager dismesso sono le suggestive ed evocative ambientazioni delle storie legate al personaggio protagonista, adeguatamente affiancato da Paul Whitehouse, Alex Lawther e soprattutto Martin Freeman, il cui Mike (P)riddle fornisce la chiave dell'enigma. Ghost Stories tiene anche conto anche della serialità televisiva: non a caso le radici da scrittore di Jeremy Dyson affondano nel macabro e nel grottesco della straordinaria serie The League of Gentlemen, di cui è stato coautore insieme a Mark Gatiss, Reece Shearsmith e Steve Pemberton. Il fatto che lui e Nyman siano amici fin dall'adolescenza e che entrambi, coetanei, siano cresciuti a pane e horror, spiega poi la passione e la capacità quasi chirurgica del gioco a incastro che sono riusciti a creare e che – restando nel campo dell'horrror - nelle loro mani diventa una scatola capace di evocare demoni anche peggiori dei Cenobiti di Hellraiser.

La scelta delle inquadrature che ci mettono spesso alle spalle dei personaggi, dei colori cupi, delle luci soffuse, l'ombra e la cupezza che aleggiano su tutto il film accentuano il senso di smarrimento e di claustrofobia di una storia che coinvolge attivamente lo spettatore e che, come sempre accade coi migliori horror, va oltre il divertimento e riserva ai più attenti molte gratificanti sorprese, diventando anche occasione di riflessione laica sulla spiritualità, la responsabilità e la coscienza umana. Per dovere di cronaca riportiamo che il finale, esemplare, ha lasciato perplessi alcuni degli intervenuti alle anteprime stampa: al di là del dispiacere nel constatarlo, noi confidiamo molto di più nella competenza degli appassionati, che sapranno sicuramente apprezzarlo come merita, così come ha fatto il più preparato - per la familiarità culturale col genere - pubblico inglese.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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