Georgetown: recensione del primo film da regista di Christoph Waltz

18 maggio 2020
3 di 5

Dirigendo bene Vanessa Redgrave, l'attore si districa a meraviglia in un giallo in cui ha una recitazione più sobria del solito, ma a tratti sembra un po’ svogliato.

Georgetown: recensione del primo film da regista di Christoph Waltz

E’ un curioso esordio nella regia per Christoph Waltz Georgetown, ed è un film a cui un secondo sguardo giova indubbiamente, perché, a ben pensarci, si tratta di un thriller discretamente costruito che non è così prevedibile nell'esito, nonostante ci sia un articolo di cronaca del New York Times del 2012 (intitolato "The Worst Marriage in Georgetown") che ci spiega come siano realmente andati i fatti. Ancora, un'analisi più dettagliata del lungometrggio che il Colonnello Hans Landa di Bastardi senza gloria ha scelto di dirigere, perché affascinato dalla sceneggiatura del drammaturgo David Auburn, fa saltare all'occhio che Waltz non è così Waltz come inizialmente sembra. L'attore, che abbiamo scoperto e adorato ciecamente in due film di Quentin Tarantino, raramente è “uscito” da personaggi se non caricaturali o da cartone animato comunque sopra le righe, nella maggior parte dei casi dei villain con i fiocchi, dei manipolatori o degli imbroglioni, a cominciare dal marito della povera Amy Adams/Margaret Keane di Big Eyes.

Qui Christoph che si firma C. non sembra fare eccezione, nonostante il suo Ulrich Mott abbia dalla sua il fascino del truffatore/ingannatore e un sorriso sornione che ammalia, tanto che un personaggio femminile del film si inventa per lui il soprannome di "Lawrence d'Arabia con il blackberry", mentre a noi è sembrato il fratello grande, se non il padre, del Frank Abagnale Jr. di DiCaprio in Prova a prendermi.

Eppure, l'ex stagista cinquantenne che all'inizio del film lavora alla Casa Bianca e accoglie i visitatori ha un coté umano che conduce chi ancora non pensa che un looser nel campo professionale sia per forza sinonimo di nullità non tanto all'identificazione e all'indulgenza quanto alla necessità di riflettere sull'assenza di pietas che contraddistingue le società capitaliste, in primis quella americana, le cui stanze del potere non risultano così inaccessibili, almeno all'occhio di un abitante del vecchio continente che guarda al paese di Trump con distacco anche ironico, e che allarga la visione a una serie di altri politicanti più o meno inclini a farsi prendere per il naso.

Georgetown è insomma molto più complesso di quel che sembri, perché il suo protagonista è insieme un parassita e un sopravvissuto, un furbo e un lacchè, un uomo devoto che in casa della moglie Elsa Brecht è scrupoloso e attento come il miglior maggiordomo del mondo e nonostante questo scatena in chi è più scaltro e ricco l'impulso a schiacciarlo come fosse un brutto scarafaggio. Moth è il furbo che non riesce a essere cattivo fino in fondo e l'ipotetico omicida che, se fosse davvero colpevole, lo sarebbe solo perché umiliato dalla fastidiosa intellighènzia del quartiere più posh di Washington.

Moth è un assassino? Non è un assassino? Ce lo chiediamo per tutto il film, che non sarà un thriller hitchcockiano, ma tiene sempre con il fiato sospeso anche in virtù del suo andamento narrativo non lineare. Diviso in capitoli, il film ci svela pian piano l'evoluzione-involuzione del personaggio principale e le vie della sua progressiva svalutazione. E la svalutazione arriva dall'anziana moglie, una donna a cui Vanessa Redgrave, che non è certo una signora dal carattere mite nella vita vera, dà spessore e una doppia anima: tenerezza e spessore da una parte, crudeltà e senso di superiorità dall’altra. La coppia che la sua Elsa forma con il marito è strana e accattivante. Fra i due i ruoli si scambiano continuamente e lei è ora una bambina capricciosa, ora un lungimirante pigmalione.

Waltz e Auburn, poi, non tralasciano nulla della vita matrimoniale e mostrano piccole e grandi meschinità, come in una claustrofobica pièce teatrale, in un novello Carnage o in un racconto dagli echi bergmaniani. E tuttavia Waltz a un certo punto sembra stancarsi di questa dinamica e dei suoi personaggi, e li abbandona un po’ a se stessi, rendendo frettoloso il finale di Georgetown, in cui si alza il sipario sui comportamenti del toyboy della giornalista novantunenne che secondo noi è la vera villain del film. Il regista, inoltre, non sviluppa a dovere il lato procedural-drama del film, se non in una serie di dialoghi improbabili fra Ulrich e i suoi avvocati nei quali l'acrimonia di Moth e il suo sarcasmo appaiono esagerati e ingiustificati. Anche il personaggio di Annette Bening (che impersona la figlia sospettosa di Elsa) finisce per essere trascurato, non dando a un'attrice di valore la minima possibilità di emergere.

Quanto allo stile di Georgetown, non possiamo certo definirlo sciatto. Il montaggio è buono e ritmato, ma Waltz sembra tenere troppo a mente tanto l'estetica di svariati film e serie che raccontano la politica USA e i suoi ambienti nelle scene a Washington DC, quanto la fotografia dei verdi, marroni e beige dei film bellici nelle sequenze in Iraq. Anche qui, forse, notiamo una scarsa convinzione, o passione nei confronti della propria creatura, da patre del viennese con cittadinanza tedesca e gli occhi azzurri. Chissà perché…

Georgetown
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
Suggerisci una correzione per la recensione
Palinsesto di tutti i film in programmazione attualmente nei cinema, con informazioni, orari e sale.
Trova i migliori Film e Serie TV disponibili sulle principali piattaforme di streaming legale.
I Programmi in tv ora in diretta, la guida completa di tutti i canali televisi del palinsesto.
Piattaforme Streaming
lascia un commento