Genius: recensione del film con Colin Firth e Jude Law sull'editor Max Perkins e lo scrittore Thomas Wolfe

20 ottobre 2016
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Dopo i giornalisti di Spotlight e gli sceneggiatori di Trumbo, al cinema arriva una nuova figura legata al mondo della scrittura: l'editor letterario.

Genius: recensione del film con Colin Firth e Jude Law sull'editor Max Perkins e lo scrittore Thomas Wolfe

Chissà come mai a Hollywood, di recente, è rinata la passione per la scrittura e per chi scrive di mestiere. Dai giornalisti di Il caso Spotlight agli sceneggiatori di L'ultima parola: La vera storia di Dalton Trumbo, è tutto un raccontare storie che ruotano attorno al digitare ti tasti su moderni computer o su più antiche macchine da scrivere.
Ora, con Genius, già presentato in concorso al Festival di Berlino e poi alla Festa del Cinema di Roma, tocca anche agli editor il turno di essere raccontati: perché il film diretto da Michael Grandage altro non è che la storia (vera, ovviamente) di un leggendario editor di nome Maxwell Perkins, che lavorò con Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway e con lo scrittore che in questo caso è co-protagonista del film, Thomas Wolfe (da non confondersi col Tom Wolfe dei radical chic e del "Falò delle vanità").
Fu Perkins a scommetere, primo e unico, su Wolfe, a farlo pubblicare, ad aiutarlo a contenere la sua scrittura fluviale ed esuberante, e a fargli ottenere il successo con “Angelo, guarda il passato” prima e “Il fiume e il tempo poi”: Genius racconta di questo, e dell'amicizia profonda tra i due (che nel film hanno i volti di Colin Firth e Jude Law, mentre Nicole Kidman è Aline Bernstein, la donna con cui o scrittore ebbe una turbolenta relazione).

Perkins la misura e la responsabilità, Wolfe l'eccesso e la vitalità vorace: su questa dialettica elementare si basa un film altrettanto canonico, che segue i binari del biopic in maniera ancora più diligente di Trumbo, e che si diverte a inserire le figurine di Fitzgerald (Guy Pearce), Zelda (Vanessa Kirby) e Hemingway (Dominic West), ricordando a tratti, involontariamente, l'analoga collezione di Midnight in Paris di Woody Allen; che, però, aveva tutt'altro tono.
Un po' di editing, al copione del film firmato da John Logan, non avrebbe fatto male, perlomeno per tagliar via un po' di quella pur inevitabile retorica che ammanta la forma e la sostanza di Genius.

Firth è fin troppo adatto a incarnare il rigore (morale, ma anche fisico) di Perkins, mentre Law (che ha ereditato la parte da Michael Fassbender) si applica con successo nel ritrarre il febbrile e debordante Wolf, affamato di vita, donne e letteratura, e produttivo ben oltre la grafomania.
Grigia, invece, come la fotografia d'epoca che ha imposto al film, la regia di Grandage: il cui passaggio al cinema, dopo una lunga e gloriosa carriera nel teatro inglese, non sembrava in fondo così necessario.

Nota finale per gli chi lavora in ambiti letterari: le riflessioni sul lavoro dell'editor sono poche, e abbastanza superficiali.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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