Gambit - la recensione del film con Cameron Diaz e Colin Firth

21 febbraio 2013
2.5 di 5
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Joen e Ethan Coen scrivono ma non dirigono questo remake del Gambit del 1966 e, loro malgrado, mettono a disagio Colin Firth

Gambit - la recensione del film con Cameron Diaz e Colin Firth

C’è stato un momento nella carriera di Joel e Ethan Coen in cui sembrava che i due autori americani avessero perso l’inconfondibile e unico smalto, quello che ha reso i loro film opere di alto rango intellettuale e cinematografico, cariche di humour nero, in cui satira e dramma coesistevano con un gusto e un occhio inedito e inimitabile. Quel momento è individuabile nei film Prima ti sposo, poi ti rovino e Ladykillers i quali, pur restando eleganti commedie di indubbia qualità, avevano deluso le aspettative di molti dei loro ammiratori. Gambit, che i due fratelli hanno scritto ma non diretto, sembra faccia parte di quel pacchetto.

Colin Firth interpreta un impiegato esperto d’arte e frustrato in cerca di vendetta. Non potendo più sopportare l’arroganza del suo boss, un tycoon dei media impersonato da Alan Rickman, mette in piedi una truffa milionaria ai suoi danni tentando di fargli acquistare un falso quadro di Claude Monet.
Firth si trova suo malgrado in un personaggio ingrato da interpretare: è la mente strategica ma si inguaia da solo, è privo di carisma ma richiede empatia, è fisicamente maldestro ma deve mantenere l’aplomb britannico. La sua bravura è fuori discussione, ma provoca un effetto singolare non propriamente comico vederlo nei momenti slapstick del film, in mutande su un cornicione di un palazzo, alle prese con sedie che non si spostano o con una mano incastrata in un barattolo. Cameron Diaz interpreta la cow-girl coinvolta, proprietaria della tela fasulla, che dal Texas vola a Londra portando con sé tutta la sua americanità del sud. Spiccia nei modi e nel lessico, l’attrice asseconda il copione senza infamia e senza lode, così come fa Alan Rickman bellicoso ma non troppo.

In questo remake ri-arrangiato dell’omonimo film del 1966 l’umorismo asciutto dei dialoghi si alterna con situazioni farsesche, comunque domate e arginate al tono del film che regalano momenti esilaranti soprattutto nelle scene girate all’Hotel Savoy. Nonostante Gambit ricordi a tratti le commedie di Blake Edwards o la tradizione umoristica british dei Ealing Studios, i cliché abbondano senza che si percepisca un sottotesto ironico sul loro impiego. Gli americani sono rissosi, gli inglesi sono compassati, la cow-girl è campionessa di rodeo ed è texana fuori e dentro fino al midollo, l’altro esperto d’arte è tedesco e batte i tacchi, i giapponesi adorano il karaoke.
Anche la scelta narrativa del finale si assume dei rischi, lasciando quasi credere che il raggiro non sia stato fatto all’arrogante tycoon ma al pubblico seduto in sala.





  • Giornalista cinematografico
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