French Connection - la recensione del polar con Jean Dujardin

12 marzo 2015
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Racconta la vera storia del giudice Pierre Michel in lotta contro la criminalità organizzata di Marsiglia negli anni Settanta.

French Connection - la recensione del polar con Jean Dujardin

Un giudice idealista, impegnato in una lotta senza quartiere contro la malavita organizzata. La corruzione della polizia, e quella della politica connivente e opportunista. Una morte tragica, da eroe e martire, per far sì che tutto cambi e tutto continui a essere sempre uguale.
Non fosse per il titolo inequivocabile, da questi ingredienti di base French Connection potrebbe essere scambiato per uno dei tanti film o sceneggiati italiani che, mescolando il genere con la passione civile, hanno raccontato la lotta di pochi contro le mafie.
Anche perché nel film diretto da Cédric Jimenez è tutto un florilegio di Zampa, Manzoni, Paci, Da Costa, Peretti, Mandonato; e insomma si sa, Italia, Corsica, Francia: un nome, una razza. E Marsiglia è da sempre vista come la Napoli o la Palermo d'oltralpe.

Marsiglia terra di confine, quindi. Terra di malavita, terra di traffico di droga: quella droga che negli anni Settanta lì arrivava per essere trattata e spedita negli Stati Uniti, gestita da una cupola mafiosa capeggiata da Tany Zampa contro la quale viene chiamato a combattere, per poi essere abbandonato, il giudice Pierre Michel interpretato da Jean Dujardin.
Una storia vera, quella di Michel, che fa di French Connection qualcosa di diverso dal solito polar francese e che davvero stringe gli spazi che lo separano da certo nostro cinema e da certe produzioni europee che - da Romanzo criminale in avanti, soprattutto - hanno voluto giocare con la ricostruzione d'epoca e storica, senza dimenticare le esigenze dello spettacolo.

Forse per motivi culturali e produttivi, Jimenez appare molto più a suo agio quando è su quelle esigenze, sull'adrenalina e sull'intreccio, che deve far leva, dando l'impressione di essere vagamente più impacciato quando deve mettere in campo la questione civile, la verità storica e l'elegia di un personaggio che, in Italia, non sarebbe stato purtroppo caso unico o così eclatante.
Ma il suo French Connection è comunque un solido film di genere, ben piantato e scapigliato come certi suoi protagonisti, non privo di una certa eleganza sfacciata e beffarda.
La sua forza è tutta lì, nel taglio sartoriale di una regia capace di trascinare quando serve, di ricostruire un periodo storico senza risultare posticcio o troppo "in costume". Una ricostruzione che passa da costumi, scenografie e le oramai immancabili, tante sigarette che bastano a far da macchina del tempo; ma anche per una serie di volti azzeccatissimi che bucano lo schermo, dal cattivo Gilles Lellouche a comprimari di lusso come Guillaume Gouix, Bruno Todeschini e un Benoît Magimel quasi irriconoscibile.
Discorso quasi a parte meriterebbero Céline Sallette e Mélanie Doutey, rispettivamente moglie del giudice e del boss: due figure femminili forse solo apparentemente ai margini narrativi del racconto, e destinate entrambe a veder distrutto il sogno della loro famiglia.

E poi c'è la Costa Azzurra, che Jimenez usa fin troppo sfacciatamente da non essere riconosciuta come un vero e proprio personaggio del film: quella Costa Azzurra che nell'immaginario dello spettatore cinematografico significa l'eleganza e l'esotismo di Cannes, di Caccia al ladro, di Brigitte Bardot: e proprio nel contrasto tra quella geografia cinefila lì, e quella diventata violenta e criminale di French Connection, si annida un potenziale perturbante non da poco.
Anche per questo, pur guardando fin troppo esplicitamente agli States (proprio però come i suoi protagonisti, per ragioni squisitamente commerciali e non culturali) French Connection tiene i piedi ben piantati in quel terroir, che non dimentica (e non dimentichiamo) essere anche e forse soprattutto quello di un certo Jean-Claude Izzo.



French Connection
Il trailer italiano del film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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