Fortunata: recensione del film di Sergio Castellitto con Jasmine Trinca

21 maggio 2017
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Una magnifica Mamma Roma lotta contro la fatica di vivere attraversando luminosa una favola kitsch dal sapore amaro.

Fortunata: recensione del film di Sergio Castellitto con Jasmine Trinca

Massa scompigliata di capelli biondi con la ricrescita, occhi bistrati di nero, minigonna e biancheria intima colorata, un adesivo sul frigorifero con la scritta "I Love Torpigna". Ecco Fortunata, donna che vibra, pulsa e che sente, che sente con il cuore e con il corpo sudato per il caldo estivo e che caparbiamente e impudentemente lotta contro la fatica di vivere una vita "che non si incula nessuno", ma per lei sacra e ancora attraversata dai sogni, primo fra tutti il desiderio di aprire un negozio di parrucchiere con un’insegna ben visibile. 

Madre imperfetta ma legata alla propria figlia da un amore tenero e nello stesso tempo animalesco, Fortunata è una creatura meravigliosa, è Jasmine Trinca nella sua interpretazione forse migliore ed è la presenza luminosa che attraversa come una cometa il sesto film dietro alla macchina da presa di Sergio Castellitto. A ben pensarci, Fortunata potremmo quasi considerarla la figlia della sventurata Italia di Non ti muovere, anche lei femmina di bassa estrazione sociale che sfiora per un istante l’esistenza un po’ monotona di un medico e anche lei nata dall’immaginazione di Margaret Mazzantini, che ama scrivere dei poveri disgraziati perché nella miseria i contrasti sono più forti e gli scenari più incisivi.

E tuttavia, Fortunata è più spavalda e solare della derelitta protagonista del romanzo del 2001 (e della sua trasposizione cinematografica del 2004). Meno umiliata e offesa, cammina a testa alta e sicura sulle zeppe, gridando forte il suo diritto di essere felice. E poi è meno sporca, così come meno sporco, nel senso di meno "brutale", è il film che il regista le costruisce intorno, ritratto sì di un’umanità proletaria che non esiste più, ma non affresco neorealista con stereotipati ragazzi di vita per protagonisti e nemmeno melò, perché stavolta, in mezzo ai rovesci di fortuna e alle esplosioni e implosioni interiori, non sempre c’è tempo e spazio per lo struggimento e per i rimpianti, anche se il "sommerso drammaturgico" è moltissimo.

Fra chatouche, valigette piene di spazzole, ristoranti cinesi pacchiani, pelli abbronzate e versi dell’Antigone recitati da una vecchia attrice con l’alzheimer, "le beau Serge" preferisce infatti lasciarsi andare a suggestioni altre e così sceglie i modi e l’estetica quasi della favola: una favola kitsch dal sapore amaro e a tratti poetico in questo caso, una rappresentazione felicemente sgangherata della realtà che diventa un esercizio di libertà affidato ­ in una Roma "di confine" a suo modo suggestiva - a personaggi magnifici: ora sanguigni, ora folli, ora più malinconici. Il tutto condito da dialoghi niente affatto letterari che spingono continuamente all’azione.

Capita però che l’ordinato caos di Fortunata a un certo punto si faccia un po’ disordinato e che la giostra cominci girare troppo vorticosamente. E capita che qualcuno caschi all'improvviso e che la bellissima Mamma Roma non riesca a reggere sulle proprie spalle un film che certamente è fra le prove migliori di Castellitto, ma che da che epico forse diventa troppo "psichico", troppo denso, non dosando sempre al meglio reazioni, rivelazioni, accadimenti imprevisti e veri e propri colpi di scena.

In un cinema che non vuole raccontare emozioni tiepide (e che fa nuovamente uscire con prepotenza la parte femminile di Sergio Castellitto), attori non perfettamente padroni del proprio mestiere e della pregevole arte del controllo si sarebbero persi in esagerazioni e virtuosismi. In Fortunata non succede, ed è ad Alessandro Borghi che va tutta la nostra sincera ammirazione, perché, simbologie religiose a parte, la scommessa con il dolente Chicano lui l’ha vinta sicuramente e l’anima che per il personaggio è il cavallo su cui puntare per vincere alla lotteria della felicità l’attore l’ha tirata fuori veramente, per metterla tutta nella disperazione di un ragazzo "avvicinato" con umiltà e vissuto intensamente, un altro di quei giovani di periferia che - insieme a Vittorio, Numero 8 e Boccione - lo sta portando nell’Olimpo dei nostri migliori talenti. Infine complimenti a Edoardo Pesce, villain mai fumettistico, ma profondamente umano. E Jasmine? Come dicevamo prima, immensa.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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