Estranei: la recensione del nuovo film di Andrew Haigh

28 febbraio 2024
4.5 di 5
17

Andrew Scott e Paul Mescal sono i protagonisti di questo nuovo, bellissimo film diretto dal regista di Weekend. La recensione di Estranei di Federico Gironi.

Estranei: la recensione del nuovo film di Andrew Haigh

È difficile capire da dove iniziare a parlare di Estranei (in originale All of Us Strangers), che è il nuovo film di Andrew Haigh, e che è bellissimo da innumerevoli punti di vista.
Forse si dovrebbe partire dall’inizio, da quando Adam (un Andrew Scott che esaurisce gli aggettivi per definire la sua interpretazione sontuosa) è solo nel suo appartamento, in una specie di palazzo residenziale londinese.
È solo, alla finestra, di fronte all’immensità dello skyline della capitale inglese. Solo, davanti al suo computer, alla televisione, ai resti di cibo cinese che giacciono nel suo frigorifero.
Suona l’allarme antincendio del palazzo, Adam lentamente esce di casa, scende in strada. È da solo.
Le finestre del palazzo sono tutte spente. Tutte tranne due. La sua, in alto, e più in basso, al sesto piano, quella di Harry (Paul Mescal). Che lo guarda dall’alto, e che di lì a poco si presenterà alla sua porta.

Ecco.
Estranei, in una manciata di minuti, e di inquadrature, ha detto già tutto. O quasi.
Ha detto già che il suo è un film che parla di solitudine. Una solitudine esistenziale, sentimentale, metropolitana. Siamo tutti soli nelle nostre sovrappopolate città, dei palazzi da tanti appartamenti. All of Us Strangers.
Ha detto che quella che sta per raccontare è la storia di due solitudini che si uniscono, per ribellarsi alla loro condizione, alla paura, per cedere all’amore. Make love your goal, cantano i Frankie Goes to Hollywood.
Ha detto che la storia che ci sta per raccontare, che avrà toni sospesi, appassionati, carichi di un’emotività dolce e potente, ce la sta per raccontare con una lingua cinematografica raffinatissima, dove la composizione dell’immagine, la tavolozza dei colori, la luce e i riflessi, le ombre e le sfumature, sono elegantissime ma mai patinate, e sempre funzionali alle necessità del racconto.

Quando Harry bussa per la prima volta alla porta di Adam, quella porta gli si richiude in faccia. Il cuore di Adam è ancora annodato. Non è pronto a abbandonare la sua solitudine, a vincere la paura. Prima deve fare qualcosa di altro. Deve tornare al suo passato. Alla sua casa natale. Lì, a aspettarlo, troverà il padre e la madre (Jamie Bell e Claire Foy), morti entrambi in un incidente d’auto quando Adam aveva 12 anni.
In American Fiction Cliff, il fratello gay del protagonista Monk, si rammarica di non aver fatto a tempo a confessare la sua omosessualità al padre, prima che questi si suicidasse. “E se ti avesse rifiutato?”, gli chiede Monk. “Almeno avrebbe rifiutato chi sono veramente”, risponde Cliff.
Ecco.
Anche Adam ha bisogno di fare coming out con la sua famiglia, e di chiudere i conti col suo passato, per poter iniziare a vivere davvero.

Estranei, allora, è anche una storia di fantasmi.
Fantasmi reali e fantasmi metaforici. Un film di ombre, di sfumature, di riflessi. Ricordate?
Fantasmi sono la madre e il padre di Adam. Ma fantasma è anche quello dell’amore, di quella cosa così meravigliosa, inafferrabile, misteriosa, spaventosa, illusoria. E così, mentre Adam affronta il suo passato, può anche affrontare il presente. L’amore di Harry, con Harry. Quella felicità che si è negato per una vita, che gli aveva annodato il cuore in nodi che ora può sciogliere.
Fantasma è anche il cinema, o meglio: il cinema è da sempre la casa di tutti i fantasmi, e Haigh quella casa la fa sua, l’ha sempre fatta sua, ma forse mai in maniera così totale, così definitiva.
Estranei vive completamente nella casa stregata nel cinema, si fa lui stesso quella casa; Adam è sceneggiatore, anche della sua storia, in qualche modo.

Le bordate emotive di Estranei sono quasi intollerabili, portate sempre a bersagli con un contegno, una discrezione, una pudicizia che non potrebbero farle essere più precise.
Gli sguardi di Adam, i suoi cambi di espressione, la sua fragilità sono così dolorosi e laceranti che ti sembra il suo corpo e la sua mente possano cadere a pezzi da un momento all’altro, mentre in realtà sei tu che ti stai rendendo conto dell’autostrada che Haigh ha scavato in te, e che unisce lo stomaco al cervello, passando per il cuore.
Un solo traforo, un vuoto da riempire con le lacrime che scendono silenziose.
La voglia di aggrapparti a tutto quello che hai attorno, e che chiami amore, sperando non si dissolva, dolcemente, come un fantasma.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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