American Fiction: la recensione del film pluricandidato all'Oscar in streaming su Prime Video

27 febbraio 2024
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Jeffrey Wright è il bravissimo protagonista di questa commedia satirica e amara che ha ottenuto cinque candidature all'Oscar 2024, inclusa quella come miglior film. La recensione di American Fiction di Federico Gironi.

American Fiction: la recensione del film pluricandidato all'Oscar in streaming su Prime Video

Certo, è una commedia satirica, American Fiction. Una commedia satirica che prende di mira il clima culturale nell’America - e purtroppo non solo - di oggi. Basterebbe vedere le sue battute iniziali, quando il protagonista Thelonious “Monk” Ellison insegna ancora all’università, e dietro di lui, alla lavagna, campeggia - come parte del titolo di un libro di Flannery O’Connor - la parola con la n, e una studentessa dai capelli blu e la pelle bianca protesta. È offensiva, quella parola.  “Io ho superato la cosa, di sicuro puoi farlo anche tu”, risponde Monk. “Non vedo il perché”, controbatte ottusamente la ragazza, prima di essere sbattuta fuori.

Ma non è tanto, o non solo la cultura woke, e la mania della diversity, che American Fiction prende di mira.
Se la prende, anche, soprattutto con quel sistema culturale (editoriale, cinematografico) che cavalca un fenomeno, un movimento, un’ideologia o quel che è in maniera acritica. E ipocrita.
Perché, se la ragione vera è sempre la stessa (il profitto), c’è anche il fatto che “i bianchi credono di volere la verità, ma non è vero: vogliono solo sentirsi assolti”, come dice l’agente di Monk, interpretato un bravissimo John Ortiz, un personaggio che regala di continuo battute citabilissime.
Se la prende, questo film, con la mania dell’identitarismo, qualcosa che Monk (uno che dice di non credere nella razza, ma che mentre lo dice si vede ignorato da un tassista che carica un bianco al suo posto) ha in profonda antipatia: lui, giustamente, vuole essere considerato uno scrittore, non uno scrittore nero. E quindi pretende di spostare i suoi libri dal settore afromericano di una libreria al questo destinato alla letteratura, per così dire, generica.

Questi suoi libri, pur belli, non vendono però molto. Quello nuovo, nessun editore se lo accatta.
Accade allora che Monk, frustrato dalla situazione, e dal successo di una scrittrice nera esordiente che ha ottenuto grazie a un libro che, ai suoi occhi, è pura spazzatura costruita sull’immaginario bianco dei neri, fatto di povertà, degrado, droga, vite difficili, malavita e via discorrendo, decida di scrivere e firmare con uno pseudonimo quella che vuol essere davvero una zozzeria di bassa lega, basata su quello stesso ideale di “letteratura nera” che lo stesso Monk descrive come composto da “padri assenti, rapper, crack, e poi viene ucciso da un poliziotto alla fine”.
Il problema è quel libro lì (“My Pafology”, il suo primo titolo; il secondo scopritelo da soli), nato come provocazione, per “sbattergli in faccia quello che ci chiedono”, non solo viene acquistato a una cifra esorbitante, non solo diventa un caso editoriale, ma finisce perfino candidato a un premio letterario prestigioso e Hollywood (quella Hollywood in cui “nessuno legge, fanno leggere tutto agli assistenti e se lo fanno riassumere”, sempre Ortiz) se ne interessa per un adattamento.

America Fiction ci parla quindi molto chiaramente di come basti appartenere a una minoranza, oggi, perché il sistema accetti in maniera supina e entusiasta qualsiasi prodotto culturale tu proponga. Come tu venga precettato in luoghi e istituzioni che prima non ti si filavano giusto in quanto "quota".
Ancora meglio se, come Monk, oltre a essere nero fai finta - il suo pseudonimo Stagg R. Lee, che riecheggia quello di un celebre assassino diventato protagonista di numerose canzoni folk - di essere un ex galeotto fuggitivo.
Ci parla, il film, di come Monk rimanga stupefatto di quanto stia accadendo, ma anche finisca per essere in difficoltà quando viene messo di fronte a questioni complesse riguardo il successo, e il denaro, e sé stesso.
Perché in qualche modo, American Fiction è anche un film sui compromessi necessari per avere successo, che sono compromessi che gli artisti fanno con loro stessi, prima ancora che con il sistema, e che riguardano la polarità tra qualità e guadagno che ci viene sintetizzata tramite una metafora a base di whiskey.
E un film il cui protagonista deve capire cosa significhi davvero, per lui e per gli altri, la sua identità di uomo afroamericano.

Parallelamente a tutto questo, infatti, ecco che il film scritto e diretto da Cord Jefferson, che ha liberamente adattato il romanzo “Cancellazione” di Percival Everett racconta un versante privato e familiare di Monk che - guarda caso - ne mette in risalto l’identità che in Italia chiameremmo borghese, e che va creare un chiaro contrasto con l’immaginario black del suo finto romanzo.
Nel suo parlare di rapporti tra fratelli (conosciamo una sorella di Monk che muore quasi subito, e un fratello che si è scoperto gay in tarda età), di una madre anziana con l’Alzheimer, e di dinamiche sentimentali, quella parte di American Fiction non è solo borghese: è chiaramente “bianca”, se mi passate il termine. Racconta quel lato della vita che, di solito, non è affatto associata a un cinema “black”.
Il risultato è duplice. Da un lato si mette in evidenza come, per dirla con Monk, nel racconto cinematografico o letteario la razza non esista, e esista una dimensione umana universale. Elevata o meno, proletaria o borghese che sia. Umana. Punto. Evviva.
Dall’altro si crea quella frizione di cui sopra tra la realtà di Monk e il successo che sta avendo grazie a una dimensione “black” stereotipata e diversa, cui però il nostro protagonista non può rinunciare, giacché ha bisogno di soldi per le cure e l’assistenza della madre.

American Fiction, che pure risolve in qualche modo il conflitto di Monk con il compromesso, è abbastanza intelligente e raffinato da lasciare - come accade nella migliore letteratura - che molte questioni rimangano aperte, ma l’impressione è che Monk, uno che quando deve far finta di essere il suo alter ego gangsta non perde il tic di ordinare vini troppo raffinati come lo chenin blanc, sia costretto a comprendere come nello stereotipo di ciò che è “black” - in tutti gli stereotipi - che della verità che lui, per troppo tempo, per formazione familiare e culturale, forse per paura, ha rifiutato come parte di sé e della sua esperienza.

In tutto questo, che già sarebbe abbastanza, e che anzi è tantissimo, Cord Jefferoson riesce a tenere assieme i registri e a essere efficacissimo nell’uno e nell’altro.
La sua satira ha spesso trovate geniali e esilaranti per le verità che racconta, mentre nella dimensione familiare e sentimentale trova una misura e una delicatezza davvero notevoli. Basterebbe pensare al funerale improvvisato della sorella di Monk su una spiaggia fuori Boston, divertente e commovente al tempo stesso, o a molte delle interazioni del protagonista con quella che diventa la sua fidanzata, la Coraline di Erika Alexander.

Le cinque nomination all’Oscar ottenute dal film sono meritatissime, tutte.
Da quella andata al monumentale Jeffrey Wright per quello che è uno dei ruoli migliori di una carriera notevolissima a quella come miglior film, passando per la sceneggiatura, le musiche tra jazz e blues di Laura Karpman, e il non protagonista Sterling K. Brown, che interpreta il fratello di Monk.
Certo, sorprende un po’ e fa pensare, come Hollywood e l’Academy, ossessionate di diversity, inclusività e storie “black”, abbia avuto in tale considerazione un film che non solo le prende assai in giro (“Certo che non l’hai visto, non sei mica lobotomizzato”, dice sempre l’agente di Ortiz a Monk parlando del regista di “film impegnati acchiappa-Oscar” che vorrebbe adattare il libro di Stagg), ma che avrebbe dovuto generare un cortocircuito decisionale, per i temi di cui parla e come ne parla.
Qui, comunque, si fa il tifo per Monk e compagnia.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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