Entourage: la recensione del film ispirato alla serie televisiva

06 luglio 2015
2.5 di 5
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La banda di Entourage fa il grande passo al cinema dopo anni dalla conclusione della serie.

Entourage: la recensione del film ispirato alla serie televisiva

Nell'epoca in cui le serie televisive sono il brand di riferimento più in crescita che Hollywood può offrire, non deve stupire che Entourage finisca al cinema. A distanza di quattro anni dalla sua sospensione, ritorna una delle serie che ha maggiormente dimostrato la varietà creativa del colosso HBO. Un attore giovane, ma bello e in grande crescita, il suo agente e un gruppo di amici d’infanzia che abitano con lui in una sontuosa casa con piscina nelle Hollywood Hills. È questa in sintesi la sinossi delle otto stagioni di una serie che ha avuto il merito di raccontare con perfidia iconoclasta il dietro le quinte del mondo degli studios, le trattative spietate, le inimicizie personali; niente che le mail diventate pubbliche in seguito al Sonyleaks non abbia dimostrato essere realismo puro e semplice.

Ci troviamo di fronte a un progetto da anni pronto e varie volte riposto in un cassetto, con il ritorno di un'avventura che aveva segnato sì una pagina importante nell’evoluzione della serialità televisiva - specie nel genere Hollywood che racconta Hollywood - ma che almeno nelle ultime due stagioni aveva dimostrato una notevole stanchezza.

Li ritroviamo in Entourage - il film tutti tirati a lucido, in gran forma, fin troppo presi a nascondere gli anni che passano. Con un veloce prologo alla Spring Breakers viene liquidato un fugace matrimonio del protagonista, l'ormai caldissimo Vincent Chase (Adrian Grenier). Quasi a evitare uno sviluppo orizzontale della storia che anche nella sua versione cinematografica procede in un eterno presente. Fra le poche novità: Ari Goldman, l’agente ebreo con problemi di gestione della rabbia, vero fuoriclasse della storia nell'interpretazione sontuosa di Jeremy Piven, ora è a diventato un ex agente ebreo con problemi di gestione della rabbia; ma a capo di uno studio.

Non ce ne voglia il volonteroso Adrian Grenier, ma sono gli attori di (apparente) contorno – oltre a Jeremy Piven il fratello di Matt DIllon, Kevin – a regalare i momenti più divertenti. Non casualmente una delle cause di questo ritardo nel vederli riuniti al cinema è stato legato alla difficile trattativa con Piven, poi ben foraggiato, buon ultimo. Ispirato vagamente alla parabola verso il successo del bostoniano Mark Wahlberg e del fratello Donnie, Entourage propone brevi apparizioni di grandi nomi hollywoodiani come James Cameron, Jessica Alba e Liam Neeson.

In conclusione, vale la pena andare al cinema a vedere il ritorno della banda di Entourage, pretendendo uno spettacolo più convincente rispetto a un episodio allungato della serie? Per i nostalgici appassionati la risposta potrà essere positiva, ma è difficile togliersi dalla testa la sensazione agrodolce di un ritrovo di classe qualche anno dopo: lì per lì può anche far piacere, ma nel complesso aumenta la malinconia di un periodo che non tornerà. In fondo è questa struggente sensazione di vuoto nell’anima che rende le serie televisive così appassionanti. Il loro senso ultimo è proprio quello di fidelizzarci e lasciarci poi disperatamente in lutto. Con Entourage, invece, ci troviamo di fronte al primo episodio di una nuova stagione che non ha molto senso venga mai girata.




  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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