End of Justice - Nessuno è innocente: recensione del film con Denzel Washington

30 maggio 2018
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Una meritata candidatura all'Oscar per l'attore ma qualcosa, purtroppo, strada facendo è andato storto.

End of Justice - Nessuno è innocente: recensione del film con Denzel Washington

Ci sono film che spiazzano al punto che è perfino difficile parlarne. Perché partono così bene, con così tanti spunti di discussione, elementi di interesse e un coinvolgimento emotivo e intellettuale dello spettatore di così buon livello, che poi, quando all’improvviso si afflosciano su se stessi o prendono derive inusitate, ci si resta male. Perché non potremo mai sapere cosa è successo: se l’autore non avesse chiaro cosa voleva fare, se ci sono state difficoltà produttive, finanziarie, incidenti sul set, tempi di consegna troppo ravvicinati. Sta di fatto che nel caso di End of Justice: Nessuno è innocente (Roman J. Israel, Esq.), il film di Dan Gilroy che ha fruttato a Denzel Washington, in extremis, la sua settima nomination all’Oscar come attore, qualcosa è andato irrimediabilmente storto e rimaniamo col rimpianto di una storia dalle mille potenzialità.

Parte infatti benissimo e per un’ora circa ci fa pensare che Gilroy sia riuscito a superare il bell’esordio di The Nightcrawler, per poi sterzare bruscamente e uscire fuori strada perdendo ogni logica narrativa, lo sviluppo di un personaggio splendido e la comprensione del pubblico. Sappiamo che il regista ha deciso di rimontare il film, dopo la partecipazione al festival di Toronto e la cattiva accoglienza ricevuta, tagliando circa 12 minuti. Non abbiamo avuto la possibilità di vedere la prima versione, ma resta il dubbio che questo ulteriore intervento abbia solo peggiorato le cose.

Se dovessimo giudicare End of Justice per la prima metà, diremmo che ci troviamo di fronte a un film che ci riporta indietro nel tempo. Probabilmente ai più giovani e ai meno cinefili sfuggirà la perizia con cui Gilroy riesce a riprodurre le atmosfere del cinema americano degli anni Settanta di cui il protagonista, col suo assurdo look e la fiera capigliatura afro, sembra un reperto archeologico e insieme un ordigno bellico dimenticato alla fine di un conflitto ma ancora innescato e pronto ad esplodere al momento “giusto”. E’ insieme buffo, patetico e gigantesco questo oscuro archivista della legge, Roman J. Israel (il cognome lo fa intendere anche ebreo, oltre che nero), che ha sempre operato dietro le quinte ma viene proiettato in prima linea, del tutto impreparato al mondo di oggi, dalla improvvisa malattia del socio anziano di un piccolo studio che si è sempre occupato di piccole cause pro bono, quelle che non cambiano mai perché vedono sempre i soliti colpevoli.

Più che un uomo è il manifesto vivente di un’epoca, che ha in casa i poster dell’attivista e comunista nera Angela Davis e degli antieroi del fumetto underground The Fabolous Furry Freak Brothers di Gilbert Shelton, si veste in modo demodé, ascolta solo musica di un certo genere e distingue gli avvocati tra “modelli di biancheria intima o attivisti”. E’ un pesce fuor d’acqua che nuota in un oceano pieno di predatori, che si ostina a chiamare le donne di colore “sister” e applica formule di cortesia e di dignità, come l’Esquire che aggiunge al suo nome e di cui spiega il significato - “più di gentiluomo e meno di cavaliere” - che gli altri non comprendono.

Ma chi si nasconde dietro ferrei principi e non si confronta col cambiamento è destinato a soccombere: in tal senso il Roman di End of Justice è il rovescio della medaglia del Lou sciacallo del primo film di Gilroy. Ma troppo brusco appare, per i motivi che dicevamo sopra, il suo passaggio dalla parte sbagliata per una prepotenza di troppo, e ancora più repentini il pentimento, la fuga e il castigo. Peccato davvero, perché Denzel Washington dimostra ancora una volta un talento trasformista molto raro tra le star e diffuso tra i grandi caratteristi, ovvero la capacità di diventare un personaggio fino a farci dimenticare il proprio aspetto.

Al suo fianco Carmen Ejogo e Colin Farrell sono ridotti a comprimari dall’esiguità dei loro ruoli e sembrano star lì solo per permettergli di reagire e dire le sue battute. E anche questo è un peccato, soprattutto per un Farrell sempre più bravo, maturo e misurato, che dovrebbe quanto meno avere dignità di coprotagonista a tutti gli effetti. Per il resto, pensiamo spesso anche noi che “la purezza non può sopravvivere in questo mondo”, che sia finito il tempo dei cavalieri con l’armatura scintillante e che chiunque sia cresciuto con valori altruisti e un’etica sociale sia spesso esasperato fino al punto di rottura, dovendo vivere in un’epoca in cui tutti se ne fregano. Ma tutto questo End of Justice non arriva a dirlo, lo lascia solo intuire tra le righe del bel film che avrebbe potuto essere e, purtroppo, non è.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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