Emotivi anonimi - la recensione del film

22 dicembre 2011
3 di 5

La ragione di cronica timidezza e ritrosia da contatto che sta alla base di questo film, e delle traiettorie disegnate dai due interpreti, ci è sembrata subito un’introduzione consapevole e sensibile.


La ragione di cronica timidezza e ritrosia da contatto che sta alla base di questo film, e delle traiettorie disegnate dai due interpreti, ci è sembrata subito un’introduzione consapevole e sensibile. Non geniale ma autentica. La commedia arriva all’amore spesso parlando di incompatibilità e difetti dell’altro (ama troppo la sua indipendenza, non ha i miei stessi interessi, vuole collezionare molti cuori insieme), non Emotivi anonimi, dove le due anime sono davvero gemelle. Compatibili e affini per solidarietà emotiva e tuttavia terrorizzate all’idea di darlo a vedere.

Jean- Pierre Améris, abituato a mettere al centro delle sue storie la paura di qualcosa, lascia che quella più autobiografica e privata fornisca il senso della sua prima commedia. Angélique (Isabelle Carré) e Jean-René (Benoît Poelvoorde) sono abitati da insicurezza, timidezza, timore del confronto con il vicino o lo sconosciuto; appassionati di cioccolato ne hanno fatto un mestiere che li fa incontrare nel piccolo laboratorio (poco)gestito da Jean-René. Il loro è affetto e terrore a prima vista, contenimento titubante e desiderio, perciò uno stimolo a trovare la forza dell’intimità.

La declinazione divertente e ironica di questa vulnerabilità personale viene mostrata con una serie di situazioni, fughe, silenzi, escamotage che hanno presa sul reale, perché spesso il tentativo di nascondersi al centro dell’attenzione e mascherare i propri timori, ci rende goffamente protagonisti. In questo rientrano i bigliettini a supporto della prima uscita per Angeliqué, l’accettazione di un lavoro sgradito per non affrontare l’equivoco, la buffa messa in opera dei compiti a casa dati dallo psicologo a Jean-René.
Francese, timido, educato, non anonimo, il film di Améris visualizza la volontà iperemotiva di mantenere tutto, il più possibile, immobile con una dimensione contemporanea presente, e insieme fuori dal tempo, dove i colori degli abiti, la fisicità degli interpreti e alcuni intermezzi canori spingono alla fiaba. Il cioccolato rientra in questa visione fanciullesca che Isabelle e Benoît genuinamente, e con ottimo mestiere, riescono ad esprimere con rossori, piccole manie e idiosincrasie ribadite ma non ridicole, ansia ed energia. La sincerità di Poelvoorde è resa poi ancor più singolare dalla sua estraneità a ruoli introversi o impacciati (Niente da dichiarare?, Il mio peggior incubo)

Poiché l’armonia del risultato e l’universalità del tema (con accenti più o meno forti l’emotività interessa tutti e conforta pronunciarlo) rischiava di rendere emozionale anche il giudizio, questo è stato sottoposto a razionalizzazione. Sebbene non ci siano ricercate complessità narrative (o patologiche) e la fiaba a tratti riduce l’empatia, nel racconto di Améris si coglie una direzione autentica, una commedia fatta anche di tic leggeri ma non stucchevoli, dove la cioccolata è utile alla dolcezza senza lusinghe. Questo ingrediente (condiviso e non ruffiano) serve piuttosto a evidenziare il talento della protagonista (brava cioccolataia) che pur di non essere valutata, quasi si scusa del dono, offuscandolo.
E poi è un film che non si esaurisce con il primo bacio, ma ce ne saranno altri, quando l’attrazione scavalca il “non facciamoci notare”.



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