Educazione siberiana - la recensione del film di Gabriele Salvatores

26 febbraio 2013
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In territori geograficamente e narrativamente inesplorati, per lui, Salvatores si aggrappa a sé stesso: mancando però così l’occasione di perdersi, di sporcarsi, di contaminarsi.

Educazione siberiana - la recensione del film di Gabriele Salvatores

È un po’ il trasformista del cinema italiano, Gabriele Salvatores.
Uno dei pochi che persino (o forse proprio) con un Oscar in tasca ha cambiato spesso e volentieri d’abito il suo cinema, confrontandosi con generi e stili diversi, abbracciando con la medesima imperturbabilità successi e insuccessi, le scivolate e le conquiste.
Ma sotto il vestito, il regista milanese è rimasto sempre lui, fedele a sé stesso e alle sue ossessioni, essenziale e quasi monacale nella sua dedizione.
Allora ecco che persino in territori geograficamente e narrativamente inesplorati, per lui, Salvatores si aggrappa a sé stesso: mancando però così l’occasione di perdersi, di sporcarsi, di contaminarsi. Di farsi trascinare via da una storia e da un’emozione.

Educazione siberiana sta al suo omologo letterario come un cane abituato all’uomo sta ad un lupo selvaggio. È racconto addomesticato, privato delle sue asperità, del suo carattere più difficile, adattato alle esigenze del suo padrone.
Grazie anche al contributo di due esperti del settore come Rulli e Petraglia, Salvatores ha guardato dritto a modelli che ambiscono, legittimamente, alla formazione di un cinema di genere che abbia un respiro sovranazionale, dai Romanzi criminali a quelli di una strage: e in quella confezione - depurata il più possibile da ogni elemento disturbante, come lo stile degli sceneggiatori richiede - ha inserito una storia d’amicizia maschile travagliata e minata dalla perturbanza femminile che ricorda smaccatamente quella di Turnè ma anche dettagli e sfumature di tantissimo altro suo cinema; ma anche le difficili maturazioni di Io non ho paura o Come Dio comanda.

Tutto lecito, tutto possibile, tutto persino declinato con rigorosa correttezza. Fin troppo.
Perché l’imperturbabile Salvatores, il regista che parla con soavità quasi buddista e che pare costantemente proiettato verso la ricerca di una serena atarassia, pare aver infuso quello stesso atteggiamento al suo film.
Levigato ed elegante, Educazione siberiana pare fresco di bucato e reduce da otto ore di sonno rigenerante anche quando esplodono le risse e guizzano le lame, si guerreggia nel Caucaso, quando muore un compagno e quando antichi codici d’onore vengono infranti, amicizie spezzate, vendette compiute.

Persino nell’unico momento in cui s’abbandona, e si concede un giro di giostra e una canzone di Bowie, Salvatores appare trattenuto; nostalgico rispetto a quel che non è più, e non spinto verso la conquista di un futuro.
Quel futuro che appare incerto e misterioso, quello cui va incontro il protagonista Kolima, condannato alla solitudine, alla ricerca utopica della ricomposizione di qualcosa che, insieme, sano, non tornerà mai.

Forse allora questa siberiana di Salvatores è per lui l’unica educazione possibile al giorno d’oggi: l’educazione al dolore, alla solitudine e compiere passi incerti e solitari verso un domani che non vediamo e non possiamo prevedere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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