Deux jours, une nuit - recensione da Cannes del nuovo film dei fratelli Dardenne

20 maggio 2014
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La guerra fra poveri dei fratelli belgi combattuta da una Marion Cotillard nel nome del patetismo.

Deux jours, une nuit - recensione da Cannes del nuovo film dei fratelli Dardenne

Allora non è solo un problema del cinema italiano.
Anche all'estero, a quanto pare, c'è chi pensa che l'importanza etica, sociale e morale dei temi dei film sia condizione sufficiente, quando non anche necessaria, per apprezzare o far apprezzare.
In realtà i fratelli Dardenne questo atteggiamento lo avevano già avuto in passato, ma con Deux jours, une nuit arrivano a livelli toccati in passato forse solo da L'Enfant.

Se la sinossi del film - una giovane donna che deve convincere i suoi 16 colleghi a votare per lei nella scelta tra 1000 euro di bonus in busta paga e il suo licenziamento - sembra essere uscita diretta da un servizio di Corrado Formigli, lo stesso vale per la sua declinazione.
Perché Deux jours, une nuit si limita a seguire, piattamente più che documentaristicamente, il tour porta a porta della protagonista (reduce da una depressione e vagamente piagnucolosa), le reazioni incerte, solidali o irritate dei suoi colleghi, l'esito piuttosto scontato della vicenda.
E quando i Dardenne cercano di dare un minimo di spessore in più all'andamento narrativo del film, come quando intavolano un maldestro tentativo di suicidio della poveretta, si rimpiange che l'abbiano fatto.

Quello di Deux jours, une nuit è il racconto ultrapatetico di una guerra fra poveri che irrita più che conquistare, con una Marion Cotillard che si sta pericolosamente affezionando a ruoli lagnosi che la rendono una Sandra Ceccarelli di Francia; di problematiche indubbie e importanti legate a una crisi pervasiva declinate però con spirito e consapevolezza tutt'altro che politiche.

Alla Sandra di Marion Cotillard come ai suoi colleghi, infatti, non viene mai in mente una sola volta di uscire dalla logica binaria bonus/licenziamento imposta da un padrone comunque buono, di fare fronte comune per cercare di salvaguardare al meglio gli interessi di tutti: e questo perché è ovviamente più utile e interessante, e ricattatorio, dal punto di vista narrativo, per quanto contraddittorio con il concetto di solidarietà che si vuole raccontare.

I Dardenne preferiscono aggrapparsi all'atomizzazione imposta dalla crisi e dall'altro, e fare della loro eroina una vittima fin dall'inizio (perché mai la si doveva raccontare depressa fin dall'inizio, se non a scopo vagamente ricattatorio?), per poter giocare meglio su un finale di riscossa (del tutto singolare) nel quale il gesto vale più del risultato.
E magari fosse vero.

Certo, qui si parla di una protagonista che recupera la sua dignità e la sua vita, potrebbe osservare qualcuno. Resta però aperta la questione di quale sia il prezzo di tutto questo, e quali le sue modalità elemosinanti. E, soprattutto, di un fastioso opportunismo di fondo che soggiace al lavoro fatto dai Dardenne in questo film.
Perché di fronte a temi seri come questi, dovrebbe servire qualcosa in più (o in meno) di un film per essere coinvolti o sentirsi rappresentati.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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