Drag Me to Hell, leggi la recensione dell'horror di Sam Raimi

28 agosto 2009

Con Drag Me to Hell, Sam Raimi ritorna all’horror dopo anni trascorsi ad occuparsi dell’Uomo Ragno e altri ancora nei quali ha esplorato generi diversi. Ma il film dimostra che nel frattempo il regista non ha affatto perso la mano nel saper mescolare con abilità spaventi e risate.

Drag Me to Hell, leggi la recensione dell'horror di Sam Raimi

Drag Me to Hell - la recensione

Sono trascorsi quasi trent’anni da quando Sam Raimi fece conoscere il suo nome in tutto il mondo con La casa, e quasi venti dall’ultimo capitolo di quella trilogia, L’armata delle tenebre. Da allora il regista che sul set si veste sempre in giacca e cravatta come Hitchcock, l’horror puro (o perlomeno puro come lo intende lui) non l’aveva più affrontato. Per questo era grande la curiosità che circondava Drag Me to Hell: ci si chiedeva se gli anni e il lavoro con i grandissimi budget di Spider-Man avessero minato la mano di Raimi, la sua capacità di giocare con il genere, di lavorare con scale produttive più ridotte, di possedere ancora quelle riserve di creatività ed inventiva che l'hanno reso un icona per tutta una generazione di amanti del cinema dell'orrore. È un piacere constatare che la risposta è assolutamente negativa: Drag Me to Hell è un film divertentissimo e dal ritmo irresistibile, con il quale il regista si conferma un talento unico nel mescolare ed intrecciare in maniera indissolubile la paura, lo spavento, persino il disgusto con l’ironia, la causticità e la risata.

La fantasia, le situazioni e le battute della sceneggiatura scritta da Raimi con il fratello Ivan si sposano alla perfezione con una regia che alterna elegante essenzialità di stampo hitchcockiano nei momenti di tensione e di raccordo con una pirotecnica mobilità nelle sequenze più spettacolari e spaventose, nelle quali Raimi gioca con grandissima (auto)ironia la carta dell’effetto speciale (ora squisitamente low-fi, ora (post)modernamente digitale) applicato a situazioni comicamente e paurosamente inquietanti e disgustose. Il tutto con un ritmo ed un susseguirsi di eventi forsennato ed avvincente.

Che poi Raimi infarcisca questo luna park cinematografico di elementi che più o meno sottilmente servono a costruire una solida psicologia alla sua protagonista e a regalare al film un sottotesto nel quale si affrontano problematiche sociali, economiche e di genere: perché se l’orrore e il terrore nascono quando, per paura o insicurezza, si mettono il denaro e la carriera davanti all’altruismo e all’empatia umana, non è certo un caso, specie coi tempi che corrono. Ed allora è ovvio che il disgusto che nasce nella protagonista (e nello spettatore) di fronte ai fluidi e alle secrezioni organiche e corporali della (splendida) vecchia megara zingara nasce dal rifiuto o la paura - conscie o inconscie - che oramai ammantano tutto quello che nel nostro mondo non è levigato, omogeneizzato, patinato. Plastificato e quindi reso innocuo, ma solo in apparenza. Perché l'orrore che si nasconde dietro a quello che comunemente è inteso come successo e realizzazione - e soprattutto alle dinamiche messe in campo per arrivarvi - è ancora più oscuro e temibile, come confermato anche da un finale dove è la merce, l'oggetto del desiderio consumista, piuttosto che una moneta (il denaro) scambiata per qualcos'altro, a rappresentare il preambolo della caduta nell'abisso.

E tutto questo materiale, lungi dal voler essere pedante e paternalistica lezione,  è solo testimonianza del fatto che, se messo nelle mani della persona giusta, anche un film la cui primaria ambizione, riuscita, è quello di divertire - nel senso più semplice e al tempo stesso nobile del termine - può non essere privo di intelligenza e sensibilità.

Drag Me to Hell
Il trailer del film horror diretto da Sam Raimi


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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