Doppio gioco - la recensione del thriller di James Marsh

27 giugno 2013
3 di 5

Il regista di Man on Wire firma un gelido thriller

Doppio gioco - la recensione del thriller di James Marsh

C'è un genere di thriller che ha sempre avuto molta fortuna col pubblico: quello col colpo di scena finale, che scatena una ridda di ipotesi e discussioni sul perché e il percome delle azioni dei personaggi, provocando una ricostruzione a ritroso del percorso narrativo che ha portato a questo esito. A questa categoria appartiene Doppio gioco – in originale il più suggestivo e meno rivelatore Shadow Dancer – secondo film di fiction di James Marsh, noto per i suoi documentari, tra cui il premio Oscar Man on Wire.

Per questa sua incursione nel genere, Marsh prende a pretesto un romanzo dell'ex corrispondente dall'Irlanda del Nord Tom Bradby (anche autore della sceneggiatura) ambientato a Belfast, dopo la campagna di terrore dell'esercito degli indipendentisti repubblicani irlandesi (IRA) contro il governo britannico e prima del cessate il fuoco del 1994. Un background molto dettagliato e significato su cui lo scrittore innesta la storia di una giovane repubblicana, Collette, coinvolta dai fratelli nella campagna terroristica e catturata dopo un attentato fallito dal MI5, il servizio segreto inglese. In privato, le viene offerto un accordo: in cambio di informazioni sulle attività della cellula in cui militano i suoi fratelli, potrà avere protezione e continuare a crescere suo figlio, altrimenti si apriranno per lei le porte del carcere.

Quella di Bradby era una storia di ricatti, segreti e tradimenti profondamente immersa nella realtà politica del periodo. Marsh ha invece preferito lasciarla in background per rendere la vicenda più universale, col risultato a nostro avviso di trasformare in semplice pretesto uno sfondo che avrebbe invece arricchito la classica trama di base.

Tutto il film è costruito – intenzionalmente – per sottrazione. Desaturati i colori, contenute le performance, raffreddate le atmosfere. Ben diretto e – soprattutto – ben recitato dalla diafana e ambigua Andrea Riseborough, vera rivelazione del recente cinema inglese, e dai colleghi Clive Owen, Domnhall Gleeson, Aidan Gillen e Gillian AndersonDoppio gioco si affida un po' troppo all'effetto sorpresa, che arriva bruscamente dopo una serie di colpi di scena, solo in apparenza tali.

In una guerra ci sono sempre vittime, carnefici e collaboratori, traditori e fanatici. A Marsh interessa soprattutto indagare sulla natura dei rapporti che si creano in queste circostanze, dove anche l'amore – in senso lato – può diventare strumento di morte. In questo caso ci piacciono le intenzioni ma ci delude la forma scelta, la cui freddezza ci preclude una qualsiasi forma di empatia e identificazione con i protagonisti.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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