Dopo il matrimonio - la recensione del remake del film di Susanne Bier

19 febbraio 2020
2.5 di 5

14 anni dopo l'originale, la coppia Bart Freundlich e Julianne Moore riporta al cinema la drammatica storia del film danese con Mads Mikkelsen cambiando il sesso dei protagonisti, ma il risultato è diseguale.

Dopo il matrimonio - la recensione del remake del film di Susanne Bier

A 23 anni di distanza da I segreti del cuore, il film che li fece incontrare, a 19 da World Traveler e a 15 da Uomini e donne, Julianne Moore e il marito Bart Freundlich tornano a lavorare insieme per il secondo remake di un film danese realizzato dal regista (il primo, del 2004, era la commedia Tre ragazzi e un bottino). I due coniugi devono proprio essersi innamorati, visto che l'hanno anche prodotto, di Dopo il matrimonio, il dramma di Susanne Bier che nel 2007 entrò nella cinquina dei film stranieri candidati agli Oscar. Può anche darsi che abbiano pensato di aver trovato il ruolo giusto per offrire all'attrice la possibilità di un'altra candidatura, visti i colpi di scena emotivi della storia. Non stiamo qua a sindacare sul senso dei remake: per gli americani, dopo tutto, il film è un oggetto sconosciuto, è passato parecchio tempo dalla sua realizzazione e uno dei protagonisti, Mads Mikkelsen, non aveva ancora iniziato la sua carriera oltreoceano e non era dunque famoso come sarebbe diventato in seguito grazie al ruolo di Le Chiffre in Casino Royale e soprattutto come protagonista della serie Hannibal.

Per il critico è comunque difficile analizzare la riuscita del film a prescindere dall'originale, se l'ha visto, e non fare paragoni, perché l'impatto di una storia già raccontata resta, quindi possiamo provare a partire dalle eventuali differenze di tono e di registro scelte dal nuovo adattatore. La storia - cambiati i continenti - è più o meno identica, ma con un sostanziale cambiamento: invece di essere un uomo a dirigere un orfanotrofio in India, protagonista è una donna, Isabel (Michelle Williams), chiamata ad affrontare un colloquio a New York, dalla possibilità di ottenere un sostanzioso finanziamento che darebbe più respiro a un'impresa che, dato il grande numero di ragazzini abbandonati e sfruttati, è una goccia nel mare. Tipica occidentale “do-gooder”, animata da buone intenzioni, la donna da vent'anni ha volto le spalle all'Occidente e si dedica alla cura dei piccoli, tra i quali ne ha quasi adottato uno. A convocarla è stata Theresa, una ricchissima donna d'affari, che dopo averla sistemata in un hotel lussuoso le concede un colloquio rapido e distratto e la invita al matrimonio della figlia, nel fine settimana. Lì Isobel scopre che il marito di Theresa è il suo grande amore di 20 anni prima e che la giovanissima sposa non è la figlia biologica di sua moglie.

La logica quasi da thriller del mélo originale, accentuata dalle splendide interpretazioni dei due protagonisti (Mikkelsen lo abbiamo citato, ma era l'attore svedese Rolf Lassgård a dominare la scena) viene qua completamente rovesciata: se l'ipotesi del primo film – una donna che non rivela al partner inaffidabile e alcolizzato la sua gravidanza – era inoppugnabile, l'aver cambiato il sesso dei protagonisti costringe a una maggiore sospensione dell'incredulità. Anche per l'interpretazione scostante di Michelle Williams, Isobel rimane un personaggio che desta poca simpatia e la scelta del rovesciamento di fronti rende meno credibile e logico il piano di Theresa, che non sembra avere la stessa lucida e “logica” follia del deus ex machina del film di Susanne Bier. Più algido rispetto all'originale, questo Dopo il matrimonio risulta anche meno emotivamente coinvolgente, proprio a causa della scarsa sintonia tra gli attori: la mancanza di alchimia tra Michelle Williams e Billy Crudup - già protagonista di Uomini & donne di Freundlich proprio al fianco di Julianne Moore – non rende credibile la passione dei vent'anni e una possibile, per quanto forzata riunione.

A chi non ha visto l'originale potrà forse dire qualcosa di più questa storia (paradossale in partenza) che parla di persone che ottengono in modo improbabile e inatteso una seconda possibilità dopo aver sprecato la prima, di certezze assolute e compromessi necessari, sacrifici e pregiudizi che si infrangono di fronte al destino, grandi dolori e scelte sbagliate. O, se vogliamo sposare una lettura più metaforica, questa parabola dell'egoismo e del senso di colpa dell'opulento Occidente nei confronti della miseria prevalente nell'altra parte del mondo.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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