Don't Worry Darling: la recensione del film di Olivia Wilde con Florence Pugh e Harry Styles

05 settembre 2022
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Fra science fiction e storia distopica, Don't Worry Darling è il secondo film diretto con maestria da Olivia Wilde, con Florence Pugh e Harry Styles, presentato fuori concorso al Festival di Venezia 2022. La recensione di Mauro Donzelli.

Don't Worry Darling: la recensione del film di Olivia Wilde con Florence Pugh e Harry Styles

Benvenuti negli anni Cinquanta. Quelli ordinati e pacifici, prima che quei cattivoni degli anni ’60 e seguenti pretendessero di rompere l’idillio. Magari donne in cerca di considerazione sociale. Che orrore. Una serie di coppie si trovano in una piccola comunità che si muove ogni giorno in maniera sempre uguale, in sincronia, come una cosa sola. La mogliettina prepara la colazione al marito, lo saluta mentre entra in macchina appena davanti al giardino, in parallelo lo stesso gesto è compiuto dai vicini che poi sono colleghi, amici e unici abitanti di un’oasi di perfezione nel deserto. In attesa che si ripeta la cerimonia al contrario la sera per cena, e poi il giorno dopo e via così. Tutto gestito dalla Victory, azienda e benefattrice. “Siete pronti a vivere la vita che meritate?”, dice lo slogan, e Alice e Jack come gli altri, ancora di più, lo sono. Alla Victory sono al sicuro, lontani dalla complessità di un mondo ostile. Già, ma quale mondo?

In Don't Worry Darling siamo ovviamente dalle parti di un Truman Show distopico, la cui coreografia è messa in scena con notevole abilità da Olivia Wilde, alla seconda regia dopo il ben diverso gioiellino indie La rivincita delle sfigate. Un trionfo di armonia, movimenti sincronizzati come quelli delle macchine dei maritini che vanno a lavorare, verso i limiti della comunità nel deserto, o delle lezioni di ballo delle mogli. Superfici perfettamente lisce, impeccabili, vetri e specchi senza le porte in cui Alice possa trovare una via d’uscita. Non che la cerchi. Anche se è proprio lei a iniziare a increspare quella precisione, quelle feste lucenti, quella socialità solo fra colleghi e quelle coppie così felici. Lei e Jack non hanno figli, e già questo insospettisce, ma in fondo sono giovani e pensano sempre a fare sesso. Beati loro. Lo pensa la sua più cara amica, e vicina, interpretata proprio dalla regista. Florence Pugh (Alice) del resto è un corpo estraneo, anche fisicamente, donna contemporanea e meno in linea con l’estetica 50s in cui sta a meraviglia come un guanto il bel Jack, Harry Styles.

Ha il difetto di porsi dei dubbi, almeno quando vede la sua amica Margaret nascosta dal marito e poi pronta a chiamarla per chiedere aiuto. Ma per cosa? Sia chiaro, si vive anche bene nella comunità idealizzata di Victory, un progetto di benessere collettivo guidato da Chris Pine. Somiglia però parecchio a una società totalitaria, da cui non è certo una sorpresa prima o poi la nostra coppia vorrà evadere. O solo Alice. Non è certo originale il soggetto di questo Don’t Worry Darling, e non vorrebbe neanche troppo esserlo. Si limita a svolgere il suo compito di tenere una buona tensione, con una bella cura formale, colonna sonora e tutto al posto giusto. Quello che rende questo thriller di fantascienza distopica, se vogliamo definirlo così, interessante film teorico sociale è la sua capacità di cogliere lo spirito (sacrosanto) dei tempi senza bandiere o manifesti ideologici, ma inserisce nel meccanismo ben oliato di un film di genere una succosa storia sulla mascolinità dominante che impone alla donna la propria visione dell’amore e ne blocca il pieno sviluppo professionale e personale. Altro che mansplaining, qui la Wilde dà un colpo netto, nelle parti basse, al limite della castrazione, al maschio rimasto agli anni ’50. Grazie anche alla sceneggiatura di Katie Silberman, la stessa del suo primo film.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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