Django Unchained - la recensione del film di Quentin Tarantino

07 gennaio 2013
3 di 5

Onnivoro, logorroico, incontenibile, insaziabile, magniloquente, bulimico, colto, omnicomprensivo. Quentin Tarantino, lo si ami o lo si odi, è tutto questo: Django Unchained, da questo punto di vista, né è solo una conferma.

Django Unchained - la recensione del film di Quentin Tarantino

Onnivoro, logorroico, incontenibile, insaziabile, magniloquente, bulimico, colto, omnicomprensivo. Quentin Tarantino, lo si ami o lo si odi, è tutto questo: e, sempre e sempre di più, il suo cinema lo è con lui. Django Unchained, da questo punto di vista, ne è solo una conferma. Una conferma tanto sfacciata da risultare quasi ridondante e vagamente autocelebrativa.

Sorta di pan-western ultracitazionista - che parte dallo spaghetti per trascenderlo andando alle sue radici più classiche, e poi tornare indietro fino a sfiorarne le derive metropolitane della blaxploitation - Django Unchained il genere lo comprende tutto e lo stravolge persino geograficamente, facendosi (saga) southern nella quale l’epica dell’eroe non è più funzionale all’esaltazione dell’individualismo roccioso della frontiera, ma ad inedite (per il regista) questioni socio-politiche collettive e ad una rilettura critica della storia (di allora e, quindi, di oggi) degli Stati Uniti d’America.
All’ovvia condanna dello schiavismo si associano infatti, tramite i personaggi di Leonardo DiCaprio e di Christoph Waltz, un pesante atto d’accusa all’ignoranza violenta della cultura statunitense bianca e la sua inevitabile subordinazione intellettuale alla cultura europea raffinata, progressista, illuminata, seppur decadente.

È però solo nella seconda parte del film - quella tutta ambientata nella piantagione di DiCaprio, Candyland, nella quale Django e il suo mentore King Shultz s’intrufolano nel tentativo di salvare la troppo passiva damsel in distress, Broomhilda - che le tante questioni affrontate da Tarantino vengono evocate e risolte in maniera compiuta, seguendo traiettorie balistiche che fanno scontrare Vecchio e Nuovo continente, così come l’impeto rivoluzionario e il servile pseudoriformismo integrativo.
Perché invece, nella sua prima metà, Django Unchained segue (apparentemente) altre traiettorie, e soprattutto spiazza per la messa in scena di un umorismo puro, in un paio di scene (lo scontro con uno sceriffo e un assalto di un proto-Ku Klux Klan) al limiti del raffinatamente demenziale e/o parodico, nuovo nelle corde di un regista che ha sempre fatto un marchio di fabbrica dell’uso dell’ironia smaccata e del sarcasmo pungente.
Paradossalmente, è proprio questa prima parte del film a convincere maggiormente: sia per il tentativo di dribblare i tarantinismi più smaccati che per il supporto fondamentale di un Waltz che è la vera spina dorsale del film, sia per il personaggio che interpreta che per qualità della recitazione. Perché, dall’ingresso a Candyland in avanti, per supportare le tante questioni (non un gran ché originali) che vi si affronteranno, Tarantino si appoggia al sé stesso più retorico: all’abilità di composizione dei dialoghi, alle esplosioni dell’ultraviolenza, alle ovvietà del citazionismo più o meno cinefilo.

Ma in un caso come nell’altro, sotto alla strabordante densità dei toni, dei riferimenti e dei temi che Tarantino ha voluto condensare, Django Unchained sembra covare ben poco.
Da sempre autore che ha messo il gusto della costruzione, della parola, della citazione di fronte ad ogni empatia con i pur splendidi personaggi che racconta, l’ex enfant terrible del cinema americano ha oramai rotto ogni argine e utilizza come pietra angolare del suo cinema un ammiccare costante e ultraconsapevole.
Django Unchained - parabola metaforica della Nascita di una Nazione vista attraverso l’evoluzione del suo protagonista da schiavo impaurito a proto-Shaft ricolmo di swagness, grazie all’esaltazione delle sue doti naturali garantita da un mentore che all’istinto ha aggiunto ragionamento e cultura - è allora quanto di più simile possa essere un film di Tarantino ad un esercizio di stile.

Su un canovaccio pressoché identico a quello del precedente, e assai più riuscito, Bastardi senza gloria, Tarantino ha costruito un western tutto di testa, privo di fango e sudore e dal sangue grottescamente iperrealista, dove sono il meccanismo e la strizzata d’occhio a dominare i toni di una sceneggiatura letterariamente sempre notevole, ma a tratti inutilmente prolissa.
Forse perché, come accade al King Shultz che scommetteremmo essere l’unico possibile alter ego del regista nel film, lasciar andare la pancia Tarantino teme possa portare all’errore fatale.
Eppure quell’errore, quel non saper resistere del personaggio di Waltz, appare davvero il momento più significativo e liberatorio, nella sua prevedibilità, di tutto un film che pare non volersi mai concedere un attimo di distrazione da sé stesso. E che diventa maniera quasi fuori (dal) tempo.

 

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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